BASSA RISOLUZIONE di MASSIMO MANTELLINI, per non perdere di vista la nostra unicità.
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Veronica D'Auria/ ottobre 16, 2018/ LIBRI

Recensione di Anna Maria Monteverdi.

E’ davvero un bel libro Bassa Risoluzione (Einaudi) di MASSIMO MANTELLINI che mi sono letta con lentezza perché essendo un argomento a cui tengo molto, mi sono gustata ogni singolo passaggio, ogni frase, ogni riferimento (ce ne sono decine e di bellissimi, dalla letteratura alla musica), ogni ragionamento. Ho cominciato a settembre in campeggio all’Isola Palmaria, l’ho finito, l’ho riletto qualche settimana fa. Si l’ho letto due volte e l’ho pure sottolineato.

Cosa è la “bassa risoluzione”?

Beh intanto non è solo l’oggettistica del mercatino del modernariato, l’audiocassetta a cui guardiamo con malinconia e che vorremmo comprare ma non abbiamo più il registratore. E’ un concetto e mi sembra di capire, dal punto di vista del nostro autore, anche una filosofia di vita. Niente a che vedere con il “tutta questa accelerazione tecnologica…dove stiamo andando, torniamo nelle caverne per intenderci, perché siamo tutti consapevoli, con Galimberti ma anche senza di lui, che la tecnologia ormai non è più oggetto di una nostra scelta. Nessun determinismo, viviamo in ambienti tecnologicamente aumentati, dal lavoro, allo studio, al tempo libero e questa è un’ovvietà; posso citare dalla mia esperienza che siamo passati dalla registrazione cartacea degli esami a quelli on line con firma digitale e con arrivo in mail allo studente in tempo reale del voto certificato.

Beh magari l’incognita è se lo farà vedere ai genitori.

Viviamo comunicando con chatbot on line su Ryianair o altre aziende e scriviamo sperando che alla tastiera a risponderci sia un umano, e per farcelo credere hanno messo dei tempi di attesa superiori a quelli che un algoritmo ci metterebbe per rispondere allo stupido quesito umano del “serve carta d’identità o passaporto?”.

Siamo dentro un’epoca in cui la tecnologia è superiore a qualunque tipo di nostra comprensione; cito un esempio divertente: all’Internet festival di Pisa di pochi giorni fa, alla presentazione di un volume divulgativo su Intelligenza Artificiale, un signore anziano chiedeva all’autore: “Come è fisicamente una Intelligenza Artificiale?”. Ma si: facciamo fatica a credere che esista un’intelligenza senza “corpo”, così l’autore gli parla di un “agente” che fa operazioni di aggregazione dati. Eh si, ma un agente chi è? Continua a chiedersi l’anziano.

Si stenta a credere che l’algoritmo di Google che ci batte a scacchi sia una mente senza corpo perché noi apprendiamo col corpo; loro, le Intelligenze Artificiali solo con i dati, tanti dati, bilioni di dati, immessi da un uomo ma anche auto appresi. E dentro quei dati ci siamo anche noi, trasformati in un algoritmo da vendere alle aziende.

Per questo il libro è ancora più importante; le tecnologie subite passivamente stanno generando mostri: è forse per il nostro senso di colpa che inseriscono tempi di attesa superiori al normale al chatbot di Ryianair, per non sentirci complici di un licenziamento umano o forse solo per la paura atavica di ciascuno di noi a “parlare con una macchina”.

Ha ancora più senso oggi far uscire la nostra umanità, quella che nella mischia generale della corsa all’ultimo gadget e in un ambiente dove conta la condivisione “prima possibile” ci  fa decidere che “formato” dare alla nostra esperienza: quale ingrandimento interiore scegliere per quella visione o sensazione, a chi della nostra cerchia non di amici virtuali o seriali via facebook ma di persone con cui viviamo una vita vera,  consigliare un film, un libro, con quale intensità ascoltare le parole recitate in uno spettacolo teatrale.

La velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo” scriveva Milan Kundera.

Ma è questa l’estasi che vogliamo veramente?

Nessuno vuole tornare indietro, certamente, ma è implicito in questo bellissimo libro la riflessione che tutta questa tecnologia ci induca in realtà, a fare scelte in cui la qualità (e aggiungiamo anche i valori) diventa un’eventualità, un caso. Possiamo vedere un bellissimo film, tra poco anche in 8 k, ma tanto poi lo scaricheremo in basso formato dal cellulare e ce lo guarderemo distrattamente mentre siamo in mezzo al caos del metro; stesso ragionamento per la musica. Abbiamo delegato alla tecnologia la nostra attenzione, ci siamo privati della possibilità di godere dello spazio intero del libro e ci accontentiamo delle citazioni di frasi d’autore su twitter, abbiamo perso il senso della vertigine di un tramonto per fotografarlo da un cellulare che di default crea effetti flou che ci faranno guadagnare qualche like; abbiamo infine rinunciato a riconoscere quelle montagne, le strade, perché i sistemi di realtà aumentata del cellulare ce lo suggeriscono, non scegliamo più le geometrie storiche urbane per percorrere una città ma google map.

Presto la memoria che è la nostra bassa risoluzione, sarà completamente “sorpassata” da una visione mediata col cellulare. Superata perché lenta, e perché connette cose “inutili”, non dati ma immagini della coscienza non formulabili in Bit. La memoria affettiva non servirà più a nulla.

Ci sarebbero mille esempi da aggiungere ma bravo il nostro autore che ci fa riflettere su quante cose la tecnologia ci fa lasciare per strada; questa lettura ci ridà il gusto del “perderci” che è poi il vero significato etimologico della parola “error”, quello, appunto che la macchina non fa e l’uomo si.

erróre s. m. [dal lat. error -oris, der. di errare «vagare; […]

Da abbinare a questo libro La lentezza di Milan Kundera.