“Hai fatto di Me” il nuovo lavoro teatrale di Toni Garbini per il Festival Smaschera: quei dialoghi interiori interrotti dalla vita.
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annamaria monteverdi/ 15 Dicembre, 2019/ NEWS

Toni Garbini, autore, regista e interprete è da sempre un abile “rilevatore geiger” di storie estreme ma sotterranee, vicende private e intime sepolte sotto la polvere del dramma quotidiano che a un certo punto, esplodono. Ma la sua drammaturgia originale scava, segue la scia, indaga quel che accade un attimo prima. Fa intuire paure, psicosi, incomprensioni. E poi, da buon artificiere, Garbini sceglie il luogo preciso per lanciare l’ordigno e lasciare intendere come forse la vicenda sarebbe potuta svolgersi altrimenti.

La premessa è utile per capire anche questo ultimo lavoro teatrale Hai fatto di me a sua firma con Jonathan Lazzini e Aurora Spreafico che ha dato forza all’intero Festival Smaschera di cui è ideatore. Lo spettacolo è andato in scena agli inizi di dicembre al Teatro Impavidi di Sarzana (Sp).

In Hai fatto di me Garbini agisce sul palco come autore, i due personaggi sono in scena come sue creature e pirandellianamente assistiamo a uno smascheramento delle loro vite: uno è in preda al delirio o allo sconforto, un’ altra è in uno stato di sottomissione psicologica ma mille sono le vite che prendono corpo nello spazio ristretto della scena, attorniati da un pubblico troppo vicino per non partecipare empaticamente.

Gli attori con grande slancio ed energia prendono e lasciano (e lanciano) costumi per diventare l’altro (siamo noi? sono loro?). Rapinatori falliti, esseri incapaci di comunicare sentimenti, uomini e donne già morti dentro da molto tempo, per mano o violenza altrui. Siamo di fronte all’evidenza del danno che questi personaggi dotati di nome, luogo di abitazione ed età anagrafica hanno subìto, ma l’autore – presente come un’ombra -, evita di raccontarci i dettagli. Del resto anche loro ne hanno scarsa voglia, presi come sono dal (non)vivere.

Intuiamo la gravità di un fatto avvenuto lontano o pochi attimi prima, ma l’immagine è sbiadita ed è richiamata in vita da una smorfia, un colpo di tosse, da una contorsione del corpo, da un correre anomalo, sfiancante, sfinente.

Ma cos’è successo?

Le loro storie sono state forse dette in una puntata precedente a cui noi eravamo assenti: lo spettacolo è un film con una ramificazione infinita di vite. Vite appese, vite impossibili. Vite da non invidiare comunque.

Ci troviamo di fronte a una storia già iniziata, come quando entri al cinema a metà film e ti trovi a immaginare quello che è successo prima. Le storie di questo spettacolo in progress sono abbozzi di vita di cui possiamo supporre molte cose, come nella vita quando per caso, ci troviamo ad ascoltare un frammento di dialogo in un bar, o intercettiamo qualche frase da una telefonata del vicino sul treno.Vorremmo dire qualcosa allo sconosciuto, ma non possiamo perché per quell’uomo al telefono noi non siamo nulla, anzi, non esistiamo proprio. Come a teatro. I suggerimenti, dunque, non valgono.

E quindi non salvano le vite. Come andrà a finire? Non lo sapremo mai. Loro non sono loro ma reclamano la nostra attenzione. Anche se la loro ultima meta è il silenzio.

Lo spettatore intercetta dei momenti, una manciata di argomenti, secondi di sequenze in una timeline di vita che dura giusto il tempo di cambiare gli abiti di scena, giusto il tempo per farci capire il contesto dove si è generato il dramma. Ma non riusciamo ad avere altre informazioni perché si va subito da un’altra parte, in un’altra storia, tanto già ci siamo disaffezionati del precedente volto che pure stava steso di fronte a noi. Anzi lo abbiamo già dimenticato. Quanto dura la pietà? Quanto siamo davvero coinvolti?

L’autore in scena è un escamotage che piace tanto ai nuovi registi postdrammatici perché ci riporta alla realtà. Cito Tomi Janezic che nel suo spettacolo No Title yet è lì presente per tutte le sette ore a ricordare ai numerosi attori in scena ciò che sono realmente. Nient’altro che comédiens.

Qui la voce di Garbini che racconta non è la coscienza interiore dei personaggi, quella voce beckettiana che alita nel cervello del vecchio protagonista di Hej Joe. E’ la cronaca spicciola di un’assenza, di una privazione, una solitudine, di un non esserci. Una condizione immobile non sempre voluta, più spesso imposta. Ma chi siamo noi per giudicare?

Bravissimi i due attori a diventare una moltitudine di altri alla velocità della luce, in una coreografia fisica di gesti, pochi, quelli giusti, pesati, forse poco provati. Nel caso, meglio. Più veri. Capaci di risvegliare ciò che, nel bene e nel male è sepolto nelle nostre coscienze.

Ci impressiona, per quel troppo breve spazio di tempo in cui siamo rimasti nel teatro, la loro schietta, decisa padronanza di quel non io necessario non solo alla rappresentazione teatrale ma alla sopravvivenza.