Lulu” di Berg con la regia di William Kentridge dal 19 maggio al Costanzi

annamaria monteverdi/ maggio 9, 2017/ DIGITAL PERFORMANCE

È  come un salto nel buio la Lulu di Alban Berg che va in scena al Costanzi dal 19 maggio, con la firma di uno straordinario artista alla regia, William Kentridge e con la co-regia di Luc De Wit.

La misteriosa e affascinante partitura di Berg è affidata alla bacchetta di Alejo Pérez specialista del repertorio contemporaneo, con un nuovo allestimento di eccellenza che vede la coproduzione di tre grandi Teatri: Metropolitan di New York, English National Opera e De Nationale Opera.

La storia di Lulu – che il compositore austriaco iniziò a scrivere nel 1928 e che si trascinò fino alla morte, lasciandola incompiuta e poi completata nel 1979 dal musicologo Friedrich Cerha (versione che va in scena al Costanzi) – trae spunto da due lavori del drammaturgo tedesco Frank Wedekind, Lo spirito della terra e Il vaso di Pandora e racconta di una giovane adolescente i cui turbamenti erotici si manifestano attraverso una serie di vicende dagli intrecci complessi, e di incontri con personaggi oscuri, emblema delle debolezze e delle paure dell’uomo. L’allestimento che il pubblico dell’Opera di Roma potrà applaudire trova il suo fulcro nell’universo visivo dell’artista sudafricano che nella sua ricerca inverte i codici culturali secondo cui la visione è sottomessa al giudizio: quest’opera rappresenta un invito ad abbandonarsi alla visione rinunciando all’idea di una comprensione razionale.

William Kentridge si misura con un capolavoro delle avanguardie del Novecento confrontando la propria cifra stilistica con l’immaginario figurativo dell’espressionismo tedesco, che ispira le prospettive sghembe della scena di Sabine Theunissen e i disegni dello stesso Kentridge. La potenza figurativa di questa Lulu, ispirata al cinema muto degli anni ’20 e accompagnata per tutta la sua durata dai video realizzati da Catherine Meyburgh, è tutta incentrata sulla protagonista dell’opera di Berg.

Lulu secondo Kentridge è una bambola succube che attraversa nel suo viaggio verso le profondità oscure dell’esistenza un mostruoso campionario di umanità, di cui sembra apparentemente esserne carnefice, ma di cui in realtà si rivelerà vittima.“L’oggetto del desiderio – spiega l’artista sudafricano – non ha niente a che fare con la nudità e la sensualità, ma ha a che fare con tutto ciò che scatena un’ossessione: a volte proprio l’indifferenza mostrata dall’oggetto del desiderio può diventare essa stessa la cosa più irresistibile. Che cosa si deve fare per cercare di sfondare quel muro? Ignorarla può essere tanto ossessivo ed eccitante quanto desiderarla”.