Motus i primi spettacoli, con un’intervista a Daniela Niccolò.
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annamaria monteverdi/ Marzo 22, 2015/ DIGITAL PERFORMANCE

Motus, ricordando alcuni primi loro spettacoli
ll loro teatro attraversa da sempre i territori più svariati della visione: cinema, video, architettura, fotografia; una visio eclettica e poliedrica, irrispettosa delle specificità dei generi che opera in scena sul cut up di burroughsiana memoria, sul découpage, sulla tecnica del mixer e del montaggio cinematografico.

Orpheus glance e Twin rooms hanno molti punti in comune e tra questi il luogo, un interno (che ricorda il tema del “territorio mutante” e della “territorializzazione esistenziale” di Guattari) e la lunga genesi costruttiva: modifiche, innesti narrativi e visivi
Il rapporto con lo spazio mutante è stata la spinta sin da quando abbiamo iniziato a occuparci di teatro, proponendo performance in centri sociali, gallerie d’arte, spazi urbani; successivamente quando siamo entrati in teatro, che ha spazi già strutturati, abbiamo sentito la necessità di creare ulteriori pareti, un’architettura effimera, smontabile, un dispositivo architettonico. L’idea era di concepire l’interno in un’ottica di conflitto con l’esterno, la scena urbana con l’io psichico e corporeo, radicalizzato in Orpheus con la resa di un ambiente domestico iperrealistico, La struttura scenica è però una simulazione, anche se ha arredi, pareti, è un modello: per realizzarlo abbiamo lavorato con architetti e designer. Recentemente abbiamo fatto anche workshop per la Domus Academy per raccontare il nostro sguardo teatrale sulla tematica degli interni.Motus - Orpheus La struttura è poi funzionale al nostro discorso sul cinema, al tema del montaggio.

ll ruolo del video in Twin rooms: moltiplicatore di sguardi, introspettivo, narcisistico
In tutti i nostri spettacoli abbiamo evocato il cinema ma volevamo evitare l’effetto estetizzante del fondale con le immagini proiettate che è poi l’uso più diffuso; arrivare al video è stato un percorso necessario, una modalità che integra i meccanismi di narrazione dello spettacolo. Inizialmente avevamo il dispositivo che era un ambiente solamente abitato (il dialogo è il sonoro di un film) e volevamo mantenere questa separazione tra la narrazione filmica e gli attori: tutto rimandava all’idea di set cinematografico, l’azione era fatta per essere filmata, era materiale per un film. In Twin rooms (fase finale di Rooms, ndr) è stato come esplicitare questo meccanismo di narrazione: i due schermi sono attraversati da immagini provenienti da telecamere diverse. La storia è tratta dal romanzo di DeLillo White noise, ma è continuamente frammentata. La presenza di una telecamera nelle mani di un attore permette di focalizzare un particolare della scena, è un altro occhio, oltre a quello dello spettatore. Ci interessava questa triangolazione di sguardi, un occhio interno, digitale che cattura il dettaglio, il primo piano che a teatro necessariamente perdi. Noi in regia, abbiamo tutti questi “sguardi” che combiniamo imotusnsieme con un montaggio in diretta sulla base di una partitura, ma gli attori hanno grande libertà, ormai hanno l’abitudine a recitare con la telecamera in mano e ad avere molti occhi puntati su di loro.

Il progetto Rooms nasceva come installazione-mise en boite di corpi esposti in un ambiente privato, intimo e tornerà ad essere installazione video senza corpi
Su Twin rooms abbiamo molto materiale video: tutte le diverse versioni sono state registrate, tutte le microvariazioni di una stessa scena e abbiamo poi le riprese video girate dagli attori; per Riccione Ttv 2004 (che dedicherà ai Motus una personale, ndr) abbiamo pensato ad un’installazione con una propria caratteristica spaziale: i monitor dovrebbero rimandare tutti i diversi sguardi sull’azione, senza perderne però la continuità. L’idea è quella di mantenere contemporaneamente ma separatamente questi diversi punti di vista, questa molteplicità di sguardi, lontani e ravvicinati.

Anche Splendid’s ispirato all’opera di Genet, diventerà un film e già dimostrava una forte tendenza alla “bidimensionalità”, fotografica, o cinematografica…
Genet aveva concepito il testo di Splendid’s già come una “sceneggiatura cinematografica” con i riferimenti ai film americani d’azione.