Tomi Janežič: il teatro libera la creatività. Kong Ubu in Norvegia
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Veronica D'Auria/ ottobre 7, 2018/ Tomi Janezic

Il regista sloveno Tomi Janežič affascinato da Tarkovsky e da Grotowsky, ha fatto suo, come è noto  rinnovandolo e adattandolo, il metodo dello psicodramma di Jacob Levi Moreno, come  lui stesso spiega: “Una delle definizioni di Moreno era che lo psicodramma non è che un metodo per scoprire la verità con metodi scenici. Non aveva in mente una verità assoluta, ma una verità di una persona e di un gruppo in un preciso momento. Le creazioni attoriali possono crescere in un modo molto organico, partendo dalle tecniche psicodrammatiche. Ed è impossibile che non crescano, perché l’esperienza che suscitano è molto viva (l’azione coinvolge completamente il nostro corpo, le emozioni, la mente, l’immaginazione). Si creano dei rapporti, si creano delle immagini, situazioni, scene molto forti e simboliche perché con questo metodo l’inconscio é libero di esprimersi. Si capisce in un modo penetrante, la storia o un personaggio. Lo psicodramma può essere, oltre che un metodo per esplorare, capire e stare meglio con se stessi e gli altri, anche un modo per esplorare e per capire meglio la propria creatività, la propria arte”.

Al suo “sanguigno” Gabbiano applaudito a Fabbrica Europa nel 2014, considerato ormai, un “classico cechoviano”, è seguito quest’anno su commissione del Trøndelag Theatre di Trondheim (Norvegia) un Kong Ubu davvero singolare.

Il teatro, oggi diretto da Kristian Seltun, fu fondato nel 1937 dall’attore Henry Gleditsch fiero oppositore dell’occupazione tedesca in Norvegia, che pagò il suo attivismo antinazista con la vita, nel 1942. Lo spettacolo è andato in scena il giorno della triste notizia della morte, all’età di 49 anni, di Jernej Šugman, tra i più noti attori teatrali sloveni e curiosamente, proprio interprete principale del pluripremiato Ubu Re diretto da Jernej Lorenci.

Foto tratte dal sito del TEATRO. Trøndelag Theatre

Tomi Janežič ci racconta che UBU Re, scritto nel 1897 da Alfred Jarry e a cui Antonin Artaud dedicò il suo teatro, non è in realtà, così famoso in Norvegia e che per lui il testo era un modo per raccontare non solo la politica e il potere tramite caricature sovra dimensionate, ma anche l’incontro con l’inconscio, con l’irrazionalità, con il sogno e le connessioni associative, con le coincidenze: “C’è una presenza di morte, di violenza, di guerra, di assurdità: lo spettacolo pone delle domande sulla libertà e sulla schiavitù. E’ abbastanza difficile parlare dello spettacolo perché è come un viaggio mentale, una fantasia o un sogno che non serve per scappare ma per confrontare le realtà (sociali e inter/personali) che viviamo”. Lo spettacolo è il risultato di una creazione allargata agli attori: per interpretare la follia di un potere vorace e degenerato si sono basati sui film di Jodorowsky mescolati a eventi personali:  

“E’ uno spettacolo con molta dedizione all’aspetto visivo e tecnico, ed è stato preparato a lungo”. Curiosa la traccia del programma: “La nostra performance? Una “merdosa”’esplosione onirica artistica del mondo UBU – ma non è forse il mondo in cui viviamo? –. Ecco, il nostro piccolo omaggio all’uomo che prima di morire ha chiesto uno stuzzicadenti”.