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Mar. Nov 11th, 2025

“Che senso hanno le nostre scelte in un mondo tecno‑epistemologico controllato da pochi e quando i suoi meccanismi restano un mistero?”Focus on Annie Dorsen- Ai & Theatre (parte 1)
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Dal sito di Annie Dorsen

Nel generale caos di proposte su Ai Theatre, Algorithm Theatre o Data Dramatisation, spicca la proposta di Annie Dorsen che da oltre 15 anni si interroga da autrice, regista, drammaturga e studiosa sul ruolo della Ai a teatro con proposte che vanno dalle conferenze spettacolo con testi generati da GPT 4 ad allestimenti veri e propri con protagonisti solo pc e dialoghi tra chatbot. E’ rimasto famoso il suo testo e spettacolo per due pc Hello Hi there ispirato al famoso dibattito del 1971 tra Noam Chomsky e Michel Foucault sul linguaggio e la creatività umana, in cui la Dorsen impiegò algoritmi e chatbot old style che “conversavano” sul tema, prelevando parole e frasi da Amleto o genericamente dal web. Sullo spettacolo disse in un articolo-intervista a American Theatre: “All’epoca pensavo fosse fondamentale confrontarsi con il linguaggio generato dai computer ed esplorare le profonde domande sul linguaggio e sul significato che esso solleva. Volevo offrire al pubblico l’opportunità di riflettere sugli effetti che produce e, se possibile, di smitizzarlo. ..Lavorare con l’AI non sembra più così difendibile come un tempo. Dalle preoccupazioni per la privacy alla sorveglianza sul lavoro, dalle tecniche di riconoscimento facciale alla proliferazione di media sintetici, inclusi deepfake e bot su Twitter che diffondono disinformazione, i danni continuano ad accumularsi. E sono sempre più preoccupata del ruolo che gli artisti stanno giocando nel rendere popolari queste tecnologie.”.

Annie Dorsen (US-she/her) is a director and writer whose works explore the intersection of algorithmic art and live performance. Most recently, Prometheus Firebringer was presented at Theatre For a New Audience. Other algorithmic performances, including Infinite Sun (2018), The Great Outdoors (2017), Yesterday Tomorrow (2015), A Piece Of Work (2013) and Hello Hi There (2010), have been widely presented in the US and internationally. The script for A Piece Of Work was published by Ugly Duckling Presse, and she has contributed essays for The Drama ReviewTheatre MagazinePerforming Arts Journal (PAJ), and others. Dorsen has received a MacArthur Fellowship, a Guggenheim Fellowship, and the Herb Alpert Award for the Arts in Theatre.

Purtroppo la scarsa documentazione video non ci permette di approfondire più di tanto i suoi lavori…ma qua riunisco link che vanno ai singoli progetti e a un po’ di documentazione trovata in rete a partire dal suo sito. Ah dimenticavo, nel 2024 un suo progetto Prometheus Firebringer  è rientrato tra le nomination per il premio S+T+ARTS di Ars Electronica 2024….

Buona lettura! Amm <3

Prima di iniziare con le singole opere vi invito a leggere integralmente il testo dal titolo significativo THE DANGERS of AI Intoxication della Dorsen per American Theatre: una vera doccia fredda che critica l’uso dell’AI evidenziando le implicazioni politiche, economiche e culturali, invitando gli artisti a una maggiore responsabilità etica nel modo in cui contribuiscono a diffondere e legittimare queste tecnologie.

E anche questo testo dal titiolo altgrettanto significativo AI is plundering the imagination and replacing it with a slot machine (ottobre 2022).

https://thebulletin.org/2022/10/ai-is-plundering-the-imagination-and-replacing-it-with-a-slot-machine/?utm_source=SocialShare&utm_medium=CopyLink&utm_campaign=CopyLink&utm_term

Ne prendo alcuni passaggi significativi : “Nei miei lavori teatrali fino ad oggi—una combinazione di arte algoritmica e performance—ho collaborato con programmatori per progettare e scrivere il codice che genera ogni spettacolo. Per un nuovo progetto, tuttavia, ho voluto esplorare software di generazione di testi e immagini come GPT-3 di OpenAI, DALL·E e Midjourney. I risultati sono stati quelli previsti. Scrivere il proprio codice è come qualsiasi altro processo artistico: pieno di incertezze e tentativi, mentre l’artista cerca un metodo che produca l’effetto desiderato. Inserire prompt in modelli di intelligenza artificiale, invece, somiglia di più a giocare alle slot machine, privando il creatore di un processo che stimola l’immaginazione. I promotori degli strumenti di IA amano parlare di creatività dell’utente. Ma ho trovato la relazione tra i miei prompt e i risultati insoddisfacentemente oscura. È quasi impossibile sapere quale differenza produca l’uso di una parola rispetto a un’altra, poiché gli algoritmi che generano testi o immagini sono completamente chiusi e inaccessibili. Inoltre, tutti gli algoritmi hanno un bias computazionale: consentono certe possibilità e ne escludono altre. Questo bias è spesso nascosto all’utente. Se chi usa non sa perché il modello risponde in un certo modo, quali dati utilizza o come la modifica del codice potrebbe influenzare i risultati, l’unico vero piacere rimane osservare l’output“.

Cominciamo da Prometheus Firebringer-lecture: “Che senso hanno davvero le nostre scelte in un mondo tecno‑epistemologico controllato da pochi, soprattutto quando i suoi meccanismi restano un mistero?»

Si tratta di una “hybrid lecture-performance”con maschere stampate in 3D ..Intanto la drammaturgia è stata scritta con Tom Sellar, editor della rivista accademico Theatre e studioso, critico e drammaturgo statunitense attento alle dinamiche dei media; nel 2012 ha curato il numero speciale su Drammaturgia e media per Theatre in cui compare proprio il testo Hi there di Annie Dorsen del 2010 (di cui poi parleremo).

Prometheus Firebringer Lecture‑performance su intelligenza artificiale generativa, tecnologia e potere. Annie Dorsen intreccia speculazione e mito: GPT‑4 immagina di scrivere l’atto finale (presunto ) perduto della trilogia Prometheia di Eschilo, ogni sera interpretato da un coro di maschere greche generate dall’AI. Parallelamente, la lecture si compone di citazioni testuali, letterali dal testo greco. La maschera ha all’interno degli occhi dei piccoli schermi video realizzati dal AI generative che quasi osservano il coro che attende l’esito dell’incontro tra tra Prometeo e il suo carceriere, Zeus. Il mito di Prometeo — che rubò il fuoco agli dèi per donarlo agli uomini — diventa qui metafora delle ambivalenze della tecnologia: progresso e conflitto, creazione e controllo. La performance interroga il nostro rapporto con ciò che leggiamo e vediamo, e il senso delle nostre scelte in un mondo tecno‑epistemologico governato da pochi. Una giornalista presente allo spettacolo ha scritto una recensione e intervista interessante che qua linko: https://www.publicbooks.org/costs-on-all-sides-annie-dorsen-on-prometheus-firebringer/ e che vado a riassumere (con GPT5..)

Credits

Writer, director, performer: Annie Dorsen Sound design: Ian Douglas-Moore Video and systems design: Ryan Holsopple Lighting design, technical direction: Ruth Waldeyer Software design and programming: Sukanya Aneja Voice prints: Okwui Okpokwasili, Livia Reiner 3D artist: Harry Kleeman Dramaturgy: Tom Sellar Producer: Natasha Katerinopoulos

Hello Hi there 2010

In Hello Hi There, la regista e autrice vincitrice dell’Obie Award Annie Dorsen esplora cosa accade quando due programmi chatbot vengono messi in conversazione. Li porta in scena come veri e propri performer, chiedendosi cosa possano dire su grandi questioni filosofiche.

Lo spettacolo riflette sui temi del linguaggio, della creatività e del potere politico, prendendo spunto dal celebre dibattito televisivo del 1971 tra il filosofo Michel Foucault e il linguista Noam Chomsky.

Ogni dialogo tra i chatbot segue un percorso unico, grazie a un software personalizzato progettato per imitare le sfumature della conversazione umana. Il risultato è una meditazione inaspettata, straniante e ironica su ciò che distingue gli esseri umani dalle macchine.

Qua un passo dall’ intervista sulla performance su American theatre tradotta in parte e che suggerisco di leggere integralmente (specie l’ultima parte in cui si spiega che l’estetica “dozzinale” dei suoi output, ma soprattutto lo sfruttamento degli artisti viventi, i cui lavori vengono incorporati nei dataset senza credito né compenso.:

“Ho realizzato il mio primo lavoro di teatro algoritmico nel 2010. Hello Hi There presentava un paio di chatbot degli anni Settanta, basati su una tecnologia già allora visibilmente superata. Come ChatGPT e altri modelli linguistici di grandi dimensioni, quei vecchi chatbot erano programmati per imitare la conversazione umana. A differenza di ChatGPT, però, i chatbot con cui lavoravo non erano addestrati su enormi quantità di testi, non operavano secondo complesse analisi statistiche e non concatenavano parole autonomamente. Selezionavano invece da un elenco di frasi pre-scritte che avevo assemblato e organizzato con fatica in vasti alberi decisionali.Nella performance il loro dialogo può risultare affascinante, divertente e talvolta persino toccante. Commettono errori grammaticali bizzarri, saltano in modo erratico da un argomento all’altro e talvolta rimangono intrappolati in loop ripetitivi.(…)Ormai spero che i molteplici problemi dell’AI siano familiari ai lettori. I dataset sono nascosti, datati, imprecisi, e nessuno sa davvero cosa contengano. Gli output sono pieni di sciocchezze che suonano plausibili.

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