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Imparare a vedere come una macchina: note su How to See Like a Machine di Trevor Paglen (Verso, 2026)
1934

Anna Monteverdi legge Trevor Paglen

Trevor Paglen non è un teorico dei media che si è messo a fare arte, né un artista che si è messo a scrivere teoria: è, da sempre, entrambe le cose insieme, e questo suo nuovo libro — How to See Like a Machine: Images After AI (Verso, 2026) — lo conferma nella forma prima ancora che nel contenuto. È un testo che procede per accumulo narrativo più che per argomentazione sistematica, e proprio in questa scelta di metodo sta, a mio avviso, sia la sua forza sia il suo limite più evidente.

La tesi di fondo, enunciata già nell’introduzione, è semplice da riassumere e radicale nelle sue conseguenze: gli strumenti che la teoria delle immagini ha affinato per un secolo — rappresentazione, significazione, mimesi — funzionano sempre peggio in un mondo in cui la stragrande maggioranza delle immagini non è più prodotta da esseri umani per altri esseri umani, ma da macchine per altre macchine, e in cui la funzione di un’immagine non è più “dire” qualcosa quanto “attivare” qualcosa. È un’operazione teorica che si iscrive nella linea di Flusser, Virilio e soprattutto Farocki (le “immagini operative” tornano più volte, esplicitamente), ma che Paglen porta oltre il perimetro consueto di quella genealogia, fino a farla incontrare con le neuroscienze della percezione.

Il libro è più efficace nella sua parte centrale che in quella iniziale. I capitoli 2 e 3, dedicati a quello che l’autore chiama “realismo macchinico” — la fede letterale, produttiva, del classificatore che di fronte a Ceci n’est pas une pomme di Magritte risponde imperturbabile “questa è una mela” — restano forse la sezione più rifinita concettualmente: qui la teoria dell’accumulazione per espropriazione di David Harvey (il meccanismo per cui il capitalismo si espande recintando e mercificando risorse prima “comuni” – non solo terre, ma anche tempo, dati, spazi di vita quotidiana-) e il “realismo capitalista” di Mark Fisher vengono innestati con una certa eleganza sul funzionamento tecnico dei sistemi di visione artificiale, senza scadere né nel determinismo tecnologico né nella mera invettiva contro il capitalismo delle piattaforme.

Il capitolo 4 ricostruisce la genealogia scientifica dell’idea di “attivazione neurale”, partendo dagli esperimenti di Hubel e Wiesel, che negli anni Cinquanta e Sessanta impiantavano elettrodi nella corteccia visiva di gatti per osservare come i neuroni rispondono a stimoli elementari — bordi, linee, angoli — prima ancora che a forme compiute: la visione, mostravano, procede per assemblaggio, dal semplice al complesso, non per registrazione diretta di un’immagine intera. Paglen segue il filo fino agli esperimenti più recenti di brain decoding (MIT, Minnesota), in cui l’attività cerebrale rilevata tramite risonanza magnetica viene tradotta, con l’ausilio dell’IA, in immagini sintetiche che rimandano in maniera approssimativa a ciò che il soggetto sta effettivamente vedendo. Da questa genealogia l’autore ricava una tesi che innesta sulla letteratura, ormai consolidata, del predictive processing, l’idea che il cervello non registri passivamente la realtà ma ne costruisca attivamente un’ipotesi, correggendola di continuo sulla base degli stimoli in arrivo: se la percezione umana è essa stessa un processo costruttivo e per certi versi “allucinatorio”, allora condivide una logica di fondo con il funzionamento dei modelli generativi, che producono immagini non registrando il mondo ma ricombinando pattern appresi. È forse il capitolo meglio documentato del libro proprio perché non si limita a suggerire l’analogia, ma la fa reggere passo per passo sull’evidenza sperimentale.

È però il lungo saggio in tre parti, Society of the Psyop, a costituire il vero baricentro — e il vero rischio — del volume. Il filo conduttore è l’idea di “ingegneria della percezione”: non l’inganno frontale, ma la costruzione di un ambiente informativo che induce a credere qualcosa, spesso facendo leva sui bias o sui desideri stessi di chi ne è bersaglio. Paglen costruisce questa tesi attraverso una serie di episodi eterogenei. Il caso portante è quello Doty-Bennewitz, legato alla base aerea di Kirtland: Richard Doty, agente di controspionaggio dell’aeronautica statunitense: avrebbe alimentato deliberatamente — con documenti falsi e disinformazione mirata — le convinzioni ufologiche dell’ingegnere civile Paul Bennewitz, convinto di aver intercettato comunicazioni aliene nei pressi della base; il mito UFO avrebbe così funzionato da cortina fumogena per occultare vere attività militari sperimentali. Attorno a questo episodio l’autore dispone altri casi di manipolazione percettiva su scala e con finalità diverse: gli esperimenti di controllo mentale del programma MKUltra della CIA; l’ELIZA di Weizenbaum, il primo chatbot terapeuta, riletto non come curiosità tecnica ma come prototipo di un inganno cognitivo capace di simulare comprensione senza possederla; la guerra elettronica della Guerra Fredda; fino ai documenti Snowden su JTRIG, l’unità dei servizi britannici dedita, negli anni 2010, a operazioni di disinformazione online. La costruzione è quella della non-fiction narrativa più che del saggio accademico — Paglen racconta il proprio incontro con Doty come si racconterebbe l’apertura di un’inchiesta giornalistica — ed è indubbiamente la parte più leggibile e memorabile del libro. Resta però da chiedersi se accostare uno psyop militare documentato, un programma di controllo mentale, un chatbot degli anni Sessanta e un algoritmo contemporaneo non finisca, per quanto la suggestione retorica sia efficace, per appiattire differenze di scala, intenzionalità e struttura narrativa e saggistica che meriterebbero distinzioni più nette: non tutto ciò che “modula la percezione” opera secondo la stessa logica, e il rischio di un’estetica del complottismo — per quanto usata qui in chiave critica e non “credulona” — è un rischio che il libro corre consapevolmente ma su cui possiamo avere dubbi.

Il capitolo conclusivo sugli Archives of the Impossible della Rice University, con l’affiancamento tra l’archivio “fantastico” di Wendelle Stevens/Billy Meier e quello “empirico” di Richard Haines, è la pagina più meditativa del libro e, insieme, quella che meno si integra con l’impianto teorico dei capitoli precedenti: funziona bene come coda quasi teologica, meno bene come sintesi.

Per chi lavora, come chi scrive, sul rapporto tra scena, dispositivo tecnologico e ricostruzione digitale dell’archivio, i punti di maggiore interesse restano due: l’idea che la percezione stessa sia un’interfaccia costruita — che ha implicazioni dirette per qualunque riflessione sulla messa in scena mediata e sulla drammaturgia degli ambienti immersivi — e la nozione di archivio come oggetto “sovrapposizionale”, sospeso fra documentazione e proiezione, che dialoga in modo inatteso con le pratiche di re-enactment e ricostruzione virtuale del patrimonio scenico su cui si concentra oggi buona parte della ricerca in questo campo.

Nel complesso, How to See Like a Machine non è un libro di teoria dei media in senso stretto, quanto un ibrido fra saggio, memoir intellettuale e inchiesta storica, scritto con un piglio da narratore più che da accademico — pregio non da poco in un campo spesso oscuro per i non specialisti, ma che richiede al lettore critico di separare, saggio per saggio, ciò che è tesi argomentata da ciò che è suggestione narrativa. È, in ogni caso, un contributo che merita attenzione immediata da parte di chi si occupa di cultura visiva, IA generativa e teoria dei media in Italia — ragione non secondaria per cui speriamo di vederne la traduzione in Italian molto presto.

Trevor Paglen, How to See Like a Machine: Images After AI, Verso, London-New York 2026

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