Si intitolano Giacomo Verde: Dialoghi videoartivisti (Andreina i Brino) e 404 not found: Impalpabili memorie nell’archivio di Giacomo Verde (Dalila Flavia D’Amico) per CUT UP EDIZIONI. di Fabio Nardini.
Entrambi i volumi saranno anche in versione download/Open ACCESS e sono parte del progetto I_PAD (Prin 2023-2025) pensato e realizzato dall’Università di Milano (Anna Monteverdi) CNR di Pisa (Massimo Magrini) e UniLink di Roma (Desirée Sabatini) che ha interamente ricostruito l’archivio di Giacomo Verde (1956-2020) di proprietà di Tommaso Verde, fotografando, digitalizzando e restaurando i materiali video, grafici e testuali.
Per una visita al sito che raccoglie la sintesi del progetto di Archivio: https://ipadprin.isti.cnr.it/
I due libri sono stati finanziati con il fondo PSR dell’Università Statale di Milano_ Dipartimento Beni culturali e ambientali.
Un immenso GRAZIE alle due autrici, studiose e ricercatrici di altissimo livello, che hanno posto l’attenzione sulla produzione di Verde dagli anni Ottanta agli anni Duemila. L’archivio con i suoi contenuti è interamente on line sia su Youtube che su Vimeo che su vari Dataset di Ateneo (Dataverse). I materiali sono liberi quindi è possibile scaricarli e utilizzarli liberamente (previo comunicazione ai referenti).
Abbiamo il piacere di aver scritto l’introduzione da cui abbiamo preso qualche riga.
ANNA MARIA MONTEVERDI

FOTO DI JACOPO BENASSI (1999). Archivio Giacomo Verde
«I libri, le riviste, le foto, i miei scritti, decidete voi se creare un fondo per qualche istituzione (…) se pubblicare i diari e i disegni oppure eliminare tutto. Ma senza sbattervi troppo. Se vien facile bene, altrimenti lasciate perdere».
Così nel testamento, Giacomo Verde (1956-2020) esprimeva le sue ultime volontà su come destinare i suoi materiali grafici e testuali e della possibilità di una loro diffusione pubblica. Pubblicare disegni, story board, renderli disponibili in volumi open access è stato non solo rispondere a una sua richiesta legittima ma anche fare ordine nel “caos creativo” dell’archivio di uno dei protagonisti (purtroppo non riconosciuti) dell’arte tecnologica italiana; abbiamo radunato i materiali e abbiamo cercato di “sottrarli al tempo” e farli diventare un patrimonio comune.
Con questi due volumi su Giacomo Verde — Giacomo Verde. Dialoghi videoartivisti di Andreina Di Brino e il volume 404 not found: Impalpabili memorie nell’archivio di Giacomo Verde di Dalila D’Amico, nati dai risultati della digitalizzazione d’archivio del progetto I_PAD (PRIN 2023-2025, Ministero dell’Università e della Ricerca) — si mette finalmente, un punto fermo sul ruolo di primo piano dell’artista video e tecnoperformer tosco-campano nel contesto dell’arte italiana (non solo tecnologica) a partire da un’analisi puntuale delle sue opere condotta dalle due Autrici.
La Di Brino valorizza le opere di videoarte (video monocanali e installazioni interattive) datate 1984-2002: Verde in quegli anni è invitato a manifestazioni di videoarte e arte interattiva tra Ferrara, Milano, Pisa, Roma, Salerno, La Spezia e Bologna (Ondavideo, Invideo, Videopresenze, Mediamorfosi, Bellaria Film Festival, Alpe Adria Festival, Tekné, Cyberia, Pow, Museo Elettronico MuEl, La Musa Tecnologica, Segnali d’opera, Visioni elettroniche, ArtMedia). Verde ha percorso, poi, l’Italia attraversando geografie minori, piccoli paesi della Toscana o del Veneto dove i Circoli Arci, le sedi di Associazioni o le Case del Popolo ospitavano concorsi, laboratori video amatoriali e videofestival. Ne abbiamo prova dall’archivio che ha mantenuto dépliant e materiali, ciclostilati o fotocopiati, testimonianza sia di una partecipazione attiva di Verde alla scena controculturale italiana, sia di un’epoca che iniziava ad avere a che fare con un’arte per la quale non erano ancora progettati spazi adatti per accoglierla.
Non si comprende quindi, l’assenza di Verde da cataloghi ufficiali, dai libri sulla videoarte, dalle manifestazioni di grande respiro nazionale: in questo panorama di sostanziale silenzio, va dato merito a Sandra Lischi e Silvana Vassallo di essere state le uniche, per lungo tempo, ad accendere i riflettori su un autore troppo spesso considerato erroneamente “minore” o addirittura estraneo alle pratiche della videoarte, riconoscendone invece, con lungimiranza e rigore, la centralità poetica.
Le motivazioni, oggi in realtà, sono chiare: la dimensione politica di Verde lo allontanava dal mainstream dell’arte, dalle gallerie, dalle istituzioni museali, e lo avvicinava a luoghi alternativi e indipendenti più aperti ai temi dell’attivismo. Nonostante le sue prime apparizioni pubbliche siano legate al Centro Videoarte di Ferrara tra il 1983 e il 1986, Verde preferiva spazi underground che costituivano il cuore della controcultura anni Novanta: il Link di Bologna, il Leoncavallo di Milano, il CPA di Firenze, il CSOA Forte Prenestino di Roma. Sicuramente, quale artista simbolo di una cultura alternativa e militante, Verde si trovava più a suo agio dentro i centri sociali, nei luoghi di aggregazione attivista sin dai primi anni Novanta, come è testimoniato dalla sua presenza ai vari hackmeeting, dall’iscrizione alle mailing list tematiche dei movimenti e alle prime BBS fino alle pionieristiche pratiche artistiche in rete.
Questa frequentazione degli spazi underground non rimase confinata agli anni Novanta, ma si tradusse negli anni Duemila, in un attivismo sempre più consapevole e diretto. I suoi interventi artistici legati ad ambiti sociali, a momenti e a motivi urgenti della società lo condussero verso una strada sempre più votata alla partecipazione artistica (artivismo): ne è testimonianza la co-ideazione, insieme con Tommaso Tozzi, del Netstrike 214T (2000) e il documentario politoco-poetico Solo limoni (2001) contro la globalizzazione capitalistica, testimonianza diretta dei tragici fatti del G8 di Genova, nel luglio 2001. La sua visione antagonista, il suo mettersi a disposizione di battaglie civili e politiche furono sicuramente tra le ragioni dell’esclusione dell’artista dal “sistema” dell’arte contemporanea.
Facendo ricerche nell’archivio di Verde non si può non rimanere investiti dall’energia di quell’ormai lontano mondo tecnomilitante e di quell’arte mediattivista, fatta di “zone temporaneamente autonome”, di fanzine, di immaginari underground e cyberpunk, di identità fittizie e collettive (da Luther Blissett a Wu Ming), di guerriglia telematica. Erano gli anni dei network dei movimenti (Isole nella Rete, Aut Art), dei primi Hackmeeting (CPA Centro Popolare Autogestito, Firenze 5-7 luglio 1998; Milano, 1999; Roma, 2000; Catania 2001), ma anche delle prime traduzioni italiane dei testi del collettivo statunitense Critical Art Ensemble, dell’approdo in Italia del movimento Tactical Media e Cyber Rights, della mostra AHA (Artivism, Hacker Art, Activism) di Tatiana Bazzichelli e della pubblicazione del volume di Arturo Di Corinto e Tommaso Tozzi Hacktivism: La libertà nelle maglie della rete (2002). Che la lotta fosse finalizzata a far vincere le idee e non le tecnologie era chiaro a quei collettivi e a quegli artisti che avevano creato la prima televisione interattiva dentro un centro sociale a Milano (di cui scrive Dalila D’Amico) e inventato la prima banca dati telematica artistica autogestita (Hacker Art BBS): stava esplodendo il fenomeno delle realtà virtuali e Internet era ancora una promessa in via di attuazione. A Verde, e a uno sparuto gruppo di tecnoartisti visionari come Paolo Rosa, Mario Canali, Piero Gilardi, Massimo Cittadini e Michele Sambin, va il merito di un’instancabile ricerca sulle potenzialità espressive, sociali, etiche ed estetiche di ogni nuovo media.
