Anna Maria Monteverdi e Laura Gemini: Le forme dell’arte e dell’artivismo tra piattaforme digitali, residenze artistiche e territori. Il nuovo numero di Connessioni remote (editoriale)
N. 10 (2025): Miscellanea III | Connessioni remote. Artivismo_Teatro_Tecnologia
Il numero 10 della rivista accademica Connessioni Remote (2025) si configura come una miscellanea che nasce dalla volontà di mettere in relazione differenti ricerche interdisciplinari sulle trasformazioni dell’arte, della performance e dei media nel presente. In linea con lo sguardo che da sempre accompagna il progetto editoriale, i contributi raccolti interrogano le forme contemporanee del potere tecnologico e le possibilità di riappropriazione critica che emergono dall’arte e dall’artivismo. Uno dei nuclei centrali del fascicolo riguarda il rapporto tra piattaforme, algoritmi e agency culturale. Le piattaforme digitali vengono osservate non solo come strumenti di distribuzione, ma come ambienti socio-tecnici che orientano visibilità, temporalità, forme di partecipazione e costruzione della memoria. Performance e pratiche artivistiche diventano dispositivi capaci di agire dall’interno delle infrastrutture, mettendone in crisi le logiche estrattive e aprendo spazi di resistenza simbolica, immaginazione politica e contro-narrazione.Accanto a queste riflessioni, il fascicolo esplora le modalità con cui le architetture mediali e i linguaggi ibridi organizzano l’esperienza culturale e spettatoriale. Un’attenzione specifica è inoltre rivolta al suono, alla voce e al corpo come pratiche performative di relazione e resistenza. Le pratiche sonore situate vengono indagate come strumenti capaci di articolare identità plurali, costruire comunità temporanee e riattivare memorie collettive nei territori.
Con l’articolo Interferenze artiviste nel capitalismo della sorveglianza. Il caso di Myce-liumMinds, Antonietta De Feo apre il fascicolo con una riflessione sulle pratiche di artivismo digitale all’interno del capitalismo della sorveglianza. Attraverso un’analisi qualitativa dei materiali del progetto artistico MyceliumMinds–ideato da Matteo Domenichetti e curato da Milovan Farronato –e una serie di interviste con artisti, curatori e partecipanti, il contributo ricostruisce il modo in cui l’infrastruttura di Instagram viene assunta come materia stessa dell’intervento artistico. L’opera è letta come una pratica di resistenza simbolica e relazionale che, agendo dall’interno dei social media, apre spazi di agency e riflessione collettiva. Il tema delle piattaforme come ambienti di produzione culturale e performativa viene ulteriormente sviluppato dall’articolo The Algorithm Made a Musical: Performing Ratatouille on TikTok’s Virtual Stage di Ellenrose Firth e Stefania Parisi. Le autrici analizzano Ratatouille: The Musical come caso emblematico delle forme di creatività vernacolare e collaborativa che emergono all’interno degli ecosistemi algoritmici, in particolare TikTok. Nato durante la pandemia come progetto amatoriale, il musical è interpretato come una performance networked, costruita attraverso pratiche diffuse di remix, imitazione e partecipazione. Il contributo mostra come gli algoritmi di raccomandazione della piattaforma creino un ambiente che orienta forme, tempi e differenti gradienti di liveness.
L’articolo Memoria e decolonizzazione algoritmica. Le soggettività postume nell’artivismo di Stephanie Dinkins di Claudia Cantale, Guido Anselmi e Irene Di Mauro sposta l’attenzione sul tema della memoria come pratica di resistenza all’interno del capitalismo delle piat-taforme. Il contributo evidenzia come l’intelligenza artificiale e i sistemi di archiviazione dei dati non siano dispositivi neutrali, ma riproducano gerarchie epistemiche e forme di coloniz-zazione algoritmica. Attraverso l’analisi del lavoroartivistico di Stephanie Dinkins, autrici e autore mostrano come le tecnologie di IA possano essere riappropriate in chiave decoloniale per costruire contro-archivi, attivare pratiche di memory activisme generare soggettività sin-tetiche dotate di agentività.La riflessione sul rapporto tra tecnologia, memoria e colonialità trova un ulteriore sviluppo nell’articolo di Gioacchino Orsenigo, Cyborgs and Core Dump: Disrupting Recursive Colonialism through the Work of François Knoetze. Analizzando l’opera audiovisiva Core Dump(2018–2019), Orsenigo legge il lavoro di Knoetze come un dispositivo tecno-poetico capace di mettere in crisi le genealogie coloniali della macchina e la narrazione lineare del progresso tecnologico. Muo-vendo dal concetto di “colonialismo ricorsivo”, l’articolo mostra come l’opera inscriva il corpo nero razzializzato nel cuore stesso della tecnicità moderna, sovvertendo la razionalità servo-strumentale che governa il rapporto tra umano e macchina. Le figure cyborg che emergono in Core Dump diventano così agenti di rottura temporale e politica, capaci di trasformare i residui materiali e simbolici della modernità tecnologica in punti di ripristino da cui immaginare futuri tecnologici postcoloniali e ridefinire le categorie stesse dell’umano.Un ulteriore approfondimento sulle modalità attraverso cui le architetture mediali or-ganizzano e orientano l’esperienza culturale è offerto dal contributo di Pierandrea Villa. Nell’articolo OTT platforms as heterotopic media environments. Cultural implications of the disempowerment of audiences l’autore si muove dalla nozione foucaultiana di eterotopia e dagli studi di media ecology, per interpretare le OTT come spazi che incorporano contenuti e logiche dei media tradizionali all’interno del web, riproducendo modelli di fruizione passiva tipici del broadcasting. Attraverso il confronto con architetture alternative, in particolare i si-stemi peer-to-peer, l’articolo mostra come le piattaforme OTT contribuiscono al disempower-ment degli spettatori e al rafforzamento delle dinamiche di concentrazione del potere simbo-lico e dell’economia dell’attenzione. Monica Garavello, in Trasportare i classici nella contemporaneità: il linguaggio di confine tra teatro e cinema di Christiane Jatahy e Katie Mitchell,dedica invece lo studio alle modalità con cui l’ibridazione tra teatro e cinema diventa strumento di rinnovamento delle dinamiche narrative e della fruizione scenica dei testi classici. L’autrice analizza il lavoro di Christiane Jatahy e Katie Mitchell attraverso un’analisi comparativa delle loro pratiche registiche, mostrando come l’uso del montaggio cinematografico in scena modifichi la temporalità del racconto, la costruzione dello spazio e il ruolo dello spettatore.Al suono, alla voce e al corpo come pratiche performative di relazione e resistenza sono dedicati differenti sguardi all’interno del presente fascicolo. Nell’articolo Voce, corpo, identità: il potenziale politico della voce cantata, Federico Macrì propone una rilettura del fenomeno vocale che mette al centro la materialità della voce e il suo ruolo nella costruzione dell’identità. Muovendo dai Voice Studies e intrecciandoli con prospettive dei Gender Studies e dei Queer Studies, il contributo intende sottrarre la voce cantata alla sua funzione ancillare ri-spetto al linguaggio verbale, rivendicandone le potenzialità espressivo-politiche. Attraverso il confronto con le teorie di Roland Barthes, Adriana Cavarero, Ann J. Cahill e Katherine Meizel, l’articolo interpreta la voce come fenomeno incarnato, relazionale e intrinsecamente plurale. Le nozioni di intervocalitàe multivocalitàpermettono di leggere la voce cantata come dispo-sitivo performativo di negoziazione identitaria e di resistenza alle normatività di genere La dimensione sonora e performativa è centrale anche nell’articolo di Francesca Giuliani e Lorenzo Giannini, che analizzano le residenze artistiche partecipative come spazi liminali di trasformazione. In Artists Residence as Spaces of Resistance and Catalysts for Social Transformation: The Case of Dies Irae, Giuliani e Giannini assumono come caso di studio Dies Irae. Concerto per donne e martelli–progetto dell’artista e performer Gloria Dorliguzzo, con la collaborazione musicale del direttore Gianluca Feccia –per analizzare le residenze come spazi di resistenza alle logiche produttivistiche, in cui suono, corpo e gesto diventano strumenti di re-lazione, ascolto reciproco e costruzione comunitaria. Basandosi su un approccio etnografico che integra osservazione, interviste, focus group e diari digitali, l’articolo mostra come la pra-tica sonora e corporea condivisa favorisca la nascita di una comunità temporanea, capace di rinegoziare ruoli, poteri e forme di agency. Le residenze emergono così come veri e propri ecosistemi trasformativi, in cui l’esperienza estetica si intreccia a processi di apprendimento, cura e trasformazione sociale.In continuità con la riflessione sulle residenze artistiche come spazi liminali di trasforma-zione, l’articolo di Mario Tirino e Leandro Pisano –Sound as healing. Trauma of the diaspora and community-based listening in Joe Sannicandro’s performance in Colle Sannita (BN) –approfondisce la dimensione sonora e dell’ascolto come pratica capace di attivare processi di cura, memoria e riappropriazione simbolica nei territori marginali. Il contributo analizza la residenza artistica del performer italo-americano Joe Sannicandro nel borgo rurale di Colle Sannita (Benevento), leggendo il suono come strumento di riflessione collettiva sul trauma della diaspora le-gato all’emigrazione e allo spopolamento delle aree interne. Adottando la metodologia della ricerca-azione e il quadro teorico del welfare culturale, il contributo mostra come le pratiche di ascolto condiviso, le soundwalks e la costruzione di un archivio sonoro comunitario favoriscano la nascita di una temporanea comunità di ascolto, capace di riconnettere memorie individuali e immaginari collettivi. Il suono non agisce come dispositivo terapeutico in senso stretto, ma comeinfrastruttura relazionale che rende percepibili le fratture della storia migratoria e apre spazi di riconoscimento, partecipazione e consapevolezza critica del territorio.Il rapporto tra pratiche artistiche e territorio viene ulteriormente esplorato nell’articolo di Giovanni Fiorentino, Elementi (fotografici) intorno al senso del luogo. Comunicazione, visibilità, patrimoni e bellezza dell’Università Italiana, il quale indaga il patrimonio universitario come dispositivo comunicativo e visivo capace di produrre valore simbolico e aprire spazi di riflessione pubblica. Muovendo dal rapporto tra comunicazione pubblica, fotografia e identità istituzionale, il contributo propone una lettura dell’università non come semplice infrastruttura funzionale, ma come luogo stratificato di memoria, estetica e tensione civica. Attraverso riferimenti interdisciplinari e il confronto con pratiche visive che vanno da Luigi Ghirri a Oliviero Toscani, l’articolo mostra come la fotografia possa agire non solo in senso documentale, ma anche performativo e trasformativo, generando forme di “dissenso visivo” capaci di riattivare l’immaginario collettivo. La comunicazione patrimoniale universitaria viene così interpretata come pratica di mediazione culturale e come strumento per riconfigurare il sapere accademico come bene comune, rafforzando il legame tra università, territorio e cittadinanza.Il contributo di Maria Paola Zedda, Necroscritture della performance. Disarmo epistemico e territori dell’abbandono, sposta lo sguardo dal visivo al corpo performativo come strumento di ascolto, sintonizzazione e interrogazione dei territori segnati dalla necropolitica. Il contributo indaga la ricerca artistica performativa come pratica critica capace di attraversare il Mediterraneo contemporaneo e le aree interne dell’Italia centro-meridionale, mettendo in questione i regimi di potere che governano la vita, la morte e l’abbandono. Attraverso l’analisi di tre lavori performativi –The Last Lamentationdi Valentina Medda, Attuning to / Resonating with (Sulcis)di Nicola Di Croce e Body Farmdi Silvia Rampelli –l’articolo elabora la nozione di disarmo come pratica epistemica, metodologica ed estetica: gesto di spoliazione che sospende la volontà rap-presentativa per aprire spazi di comunanza, riparazione e riemersione del più-che-umano.
Buona lettura!
Anna Monteverdi
