Il teatro dell’algoritmo: Umanesimo Artificiale per le Residenze Digitali
1451

Annamaria monteverdi/ Dicembre 3, 2020/ NEWS

Un appuntamento imperdibile per gli amanti della sperimentazione AV live questo Anatomies of Intelligence premiato con le #ResidenzeDigitali e fortemente sostenuto da #AmatMarche e in collaborazione con il CNR e l’Accademia Alma Artis di Pisa

E’ stato ideato dal gruppo UMANESIMO ARTIFICIALE di Filippo Rosati, Joana Chicau, Jonathan Reus.

Si tratta artisticamente parlando, di una variazione teatrale del genere “live coding”o “creative coding” cioè di una performance musicale e “visual” in cui il codice di programmazione è visibile al pubblico ed è il cuore stesso dell’improvvisazione artistica, del processo creativo. Esiste una comunità molto attiva intorno a questo genere artistico, sono stati fondati Festival dedicati al live coding, promossi AlgoRave ed è stato persino redatto un “Manifesto”.

IN questo caso il filo conduttore narrativo, come ricorda Filippo Rosati è la “ricerca di una base comune tra la conoscenza in campo anatomico e l’indagine sulla “anatomia” dei processi di apprendimento computazionali.
Crediamo che non ci sia una divisione netta o una contrapposizione nel modo in cui colleghiamo i due concetti di “anatomia” e “intelligenza”: li vediamo sia relativi al corpo e alla sua storia, sia alla macchina e alla sua storia”.

La peculiarità “teatrale” di questo progetto (e base della residenza artistica) sta proprio nell’aver spostato l’attenzione dal puro concerto visuale sul palcoscenico, con gli interpreti al laptop ben visibili, come era nato in origine, allo spettatore che a distanza, si “muove” tra “cluster” di informazioni generate dall’algoritmo creandosi un suo percorso. Più dati generano “conoscenza”, ma le informazioni attraggono a loro volta altre informazioni, il processo di aggregazione sembra non terminare e il reticolato diventa potenzialmente infinito (o meglio, in continua espansione) come il mondo.

Durante la navigazione che coinvolge tutti i sensi, i performer invisibili, “suonano” improvvisando, i codici, a loro volta attori di questo teatro “da lontano” mentre il “regista” indubbiamente è proprio l’algoritmo che li governa e che di fatto, li sta generando sul momento. Sarebbe interessante esplorare un ulteriore livello: quello dell’interazione dell’utente con i codici non solo per esplorare il mondo dell’algoritmo ma per modificare suoni e generare nuovi ambienti.

Si prova un senso di vertigine a fare esperienza di questo “teatro virtuale” ben congegnato e che è qualcosa di più di un semplice concerto live: l’utente mentre prova a “decodificare” le stringhe di codice, leggendo o visualizzando immagini dai pop up che vengono lanciati come “pillole di sapere”, ha come una sensazione di inferiorità e non solo di calcolo, controbilanciata però, dalla rassicurante certezza che alberga in ognuno che la conoscenza non può essere solo la somma di informazioni generate casualmente da una macchina.

Uno Storytelling assai inusuale fatto di iconografie antiche, di definizioni astruse e elementari, di frammenti di conoscenza sul tema dell’anatomia del corpo visualizzati graficamente da una rete infinita di collegamenti: durante la navigazione dal pc scatta un senso di disorientamento, una sensazione di impossibilità di comprendere l’unità del tutto. Un tema che non può che rimandarci al pensiero dei grandi filosofi dell’antichità.

Chissà cosa ne avrebbe pensato Giulio Camillo  umanista e filosofo del Cinquecento che nel suo Theatro della memoria aveva cercato di restituire visivamente l’idea di una prodigiosa e artificiosa macchina della conoscenza nella sua vastità universale. In questo teatro lo spettatore, cioè colui che voleva attingere all’umana sapienza, doveva stare nel palco, mentre il contenuto della sapienza sarebbe stata in platea.

E così anche a partire da suggestioni antiche datate 1500, quando la conoscenza del corpo umano veniva trasmessa dagli anatomisti in un teatro anatomico, Umanesimo Artificiale ci conduce dentro la segreta mente dell’algoritmo che viene “alimentato” di dati.

In effetti quei codici creati dagli algoritmi non possono dirci davvero qualcosa perché parlano a una macchina e non a noi, quindi non li comprendiamo a meno di non smettere – come ricordava TREVOR PAGLEN- di leggere come degli “umani“. Consiglio a tutti il famoso saggio dell’attivista e A.I. artist TREVOR PAGLEN, lo “Snowden dell’arte” Invisible Images (Your Pictures Are Looking at You) da cui prendo un passaggio significativo:

The point is that if we want to understand the invisible world of machine-machine visual culture, we need to unlearn how to see like humans. We need to learn how to see a parallel universe composed of activations, keypoints, eigenfaces, feature transforms, classifiers, training sets, and the like. But it’s not just as simple as learning a different vocabulary. Formal concepts contain epistemological assumptions, which in turn have ethical consequences. The theoretical concepts we use to analyze visual culture are profoundly misleading when applied to the machinic landscape, producing distortions, vast blind spots, and wild misinterpretations”.

Questo spettacolo ANATOMIES OF INTELLIGENCE è la dimostrazione più chiara del funzionamento di quella intricata rete di costruzione del sapere fatto di dati tra i quali ci sono anche le nostre informazioni, l’analisi previsionale-statistica della nostra personalità che un algoritmo ha dedotto da ciò che noi stessi abbiamo sparso in giro per la rete.

Da qualche parte un’intelligenza artificiale sta lavorando su di noi. E non ne sappiamo lo scopo.

William Kentridge nel suo ultimo spettacolo syl destino dell’uomo, mostrava una frase su cui forse dovremo riflettere “Affama l’algoritmo, resisti all’algoritmo”, “Starve the algorythm”, Resist to the algorythm:

But what is it to try to resist the algorithm? To say within the inefficiency we need to find a place for ourselves? Because it is not just knowledge or images we are finding, but also understand that these images are part of who we are. And the images and inefficiencies and physical weight of the books tie us to the world in a more direct and immediate way than these invisible technologies. (W. KENTRIDGE)

Guardando anche da questa nostra personale prospettiva critica della creazione del mondo da parte delle macchine, l’ottimo lavoro di UMANESIMO ARTIFICIALE non può che risultare un grande stimolo per le domande etiche e filosofiche che l’uso dell’Intelligenza Artificiale che presidia le nostre vite nel quotidiano, silenziosamente, sotterraneamente, pone.

Share this Post