Notizie
Gio. Ago 21st, 2025

Imaginarium studio a Chicago fino al 7 settembre al Festival ON the MART con l’installazione /performance ORA. THE LIMITS OF THE PLANET. Intervista a Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni
1799

Ph Lorenzo RATTI
ph Lorenzo RATTI

Dal 10 luglio al 7 settembre 2025, il lungofiume di Chicago si animerà grazie all’opera poetica e visionaria di Imaginarium creative studio: il duo artistico composto da Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni sarà protagonista di ART ON THE MART, uno dei più prestigiosi eventi di arte multimediale e di illuminating public art negli Stati Uniti, e sarà l’unico collettivo italiano selezionato per questa edizione.
Imaginarium porterà sulla monumentale facciata di THE MART, il più grande centro di progettazione edile e commerciale del mondo e uno dei principali centri d’affari internazionali di Chicago, una installazione/performance inedita dal titolo “ORA – The limits of the planet“: una creazione artistica in video mapping con musiche originali e frequenze provenienti dallo spazio e dalle profondità della Terra, fornite da ESA European Space Agency, ASI Agenzia Spaziale Italiana, EGO European Gravitational Observatory e INGV Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Abbiamo incontrato Francesca Pasquinucci e Davide Giannoni a Viareggio, presso il loro studio creativo
Imaginarium: dal 2011 qui nascono le scenografie, le animazioni, i video, ma anche le musiche e i progetti di visual art per spettacoli, concerti, opera lirica, installazioni tra l’Italia e l’estero. Davide Giannoni, compositore e musicista di formazione classica, progetta ambienti multimediali che collegano suono e immagine; Francesca Pasquinucci, illustratrice e scenografa con un background in Storia del Teatro, apporta l’esperienza del disegno su carta e una ricca sensibilità visiva che fanno da ponte tra narrazione analogica live performances and multimedia installations. Nel 2022 sono stati artisti visivi in residenza al PAAX Festival in Messico, sotto la direzione della direttrice d’orchestra Alondra de la Parra, e nel 2023 sono gli artisti responsabili del gigantesco mapping del concerto di apertura delle Wien Festwochen, sotto la direzione artistica del pianista e compositore Hyung – ki Joo. Collaborano attivamente con Ambasciate italiane, Istituti Italiani di Cultura, Università e Istituti scientifici di livello internazionale, per sviluppare progetti performativi e installativi tra Arte e Scienza. Sono in partenza per Agropoli, per una nuova data dello spettacolo ORA. The limits of the planet all’interno di CilentArt Fest. A settembre, a Parma, cureranno la Verdi Street Parade per i10 anni di VerdiOff, dedicata al Maestro Giuseppe Verdi e al suo Falstaff, con 400 persone, tra bambini e ragazzi delle scuole che hanno realizzato i costumi su loro bozzetti: porteranno un po’ del Carnevale di Viareggio a Parma.
Li abbiamo intervistati.


Anna Monteverdi: Portare la multimedialità in scena (non solo videomapping) è ancora un’impresa titanica per l’Italia?
Francesca Pasquinucci: A livello di pubblico abbiamo capito che le persone all’estero sono più abituate a queste produzioni. In Italia non abbiamo ancora un pubblico preparato a un nuovo stile legato alla multimedialità: spesso laddove viene usata, per esempio nell’opera lirica, questa ha contenuti molto didascalici, perché a volte i registi non hanno tra le mani il linguaggio giusto, non lo padroneggiano. Noi cerchiamo di fare ricerca sul linguaggio, su come trattare la tecnologia, soprattutto in maniera poetica. La tecnologia può essere un veicolo di messaggi e poesia. Noi siamo appassionati del nostro Paese, l’Italia, e ci teniamo molto alla nostra storia e a portare all’estero quell’artigianalità che ci ha sempre contraddistinto come artisti italiani. Per noi la contemporaneità è anche mischiare la tecnologia a questa idea antica di artigianalità italiana, che viene un po’ da teatro Barocco. Pensiamo che forse il pubblico estero percepisca questo e lo apprezzi, sia che si proponga un mapping su una gigantesca facciata, sia una piccola installazione in una stanza di un museo. La tecnologia è una mano per la produzione del prodotto artistico, qualunque esso sia.
A.M. Voi lavorate molto con Istituti di cultura italiana all’estero e con Ambasciate..
F. P. La cosa più interessante è che attraverso le Ambasciate e gli Istituti di Cultura abbiamo messo
insieme una rete di contatti culturali di grandissimo valore. Ci hanno messo in contatto con realtà locali che non conoscevamo, musicisti, artisti, istituzioni sociali di vario genere che si adoperano per fare progetti nel campo della cultura. Di grande impatto emotivo sono sempre gli incontri con le realtà giovanili. Oggi il nostro primo interesse è fare si che il nostro lavoro artistico sia prima tutto la base per uno scambio culturale nei luoghi dove veniamo ospitati in giro per il mondo. Alla fine, in un contesto come quello attuale in cui si distrugge la cultura, noi vogliamo studiare e capire la cultura dei popoli, intrecciandola alla nostra. A Chicago dividiamo il palco con una compagnia di danza statunitense, due gruppi di artisti che si “incontrano” su una facciata per parlare di cambiamento climatico, in Marocco, per esempio, all’interno del Festival di Musica Sacra di Fes, abbiamo realizzato un mapping che ha fatto da sfondo all’incontro tra la musica di Claudio Monteverdi, con l’Orchestra Cremona Antiqua, e una celeberrima orchestra di musica popolare marocchina.

A.M. Cosa portate a Chicago?
F. P. Fino al 7 settembre, la facciata di The Mart ospiterà la versione installazione dello spettacolo ORA. THE LIMITS OF THE PLANET per Art on the Mart. Un progetto della durata di 15 minuti dove sono riassunti i temi di quello che di solito proponiamo come show con musica dal vivo. “Ora” racconta quello che ci dicono gli scienziati sulle soglie che l’uomo non deve raggiungere per evitare che la Terra collassi (alcuni di loro, ormai, li abbiamo superati). La nostra è una rilettura poetica di questo elenco scientifico, in forma di narrazione. L’installazione è stata inaugurata il 10 luglio, ed è di fatto un’opera visiva urbana: tutte le sere alle 21 la puoi vedere dal lungo fiume. Le barche si fermano e assistono allo spettacolo e poi ripartono tutti. C’è come un’abitudine in questa città: arrivano, si fermano tutti a testa in su a vedere l’opera visiva.

Am. Come è strutturata l’installazione?
F.P.E’ una proiezione gigantesca fatta con 34 proiettori sulla facciata del palazzo. E’ un videomapping narrativo,chiamiamo così, non solo effetto wow. Ci piace dare un messaggio, prendere l’idea del folclore e
trasformarla in concetto. Far parte del gruppo di artisti di Art on the Mart è per noi un onore, ma anche una grande responsabilità. In un tempo segnato da crisi ambientali, sociali e culturali, sentiamo sempre più forte il dovere di mettere la nostra arte al servizio della collettività. Ci interroghiamo ogni giorno su come poter essere utili, su quale possa essere il ruolo dell’arte in un mondo che cambia così rapidamente e che spesso lascia le persone disorientate. Con ORA. The limits of the planet vogliamo offrire uno spazio di ascolto e consapevolezza, un’esperienza che tocchi le corde più profonde e inviti alla riflessione. Il video mapping sulla facciata del MART non è solo una performance visiva, ma un messaggio che nasce dal dialogo con la comunità scientifica, e che desidera raggiungere chiunque, anche solo per un istante, con la forza della poesia e della verità. Per noi è un modo per prenderci cura del nostro tempo, attraverso ciò che sappiamo fare: trasformare i dati in emozione, e l’emozione in possibilità.


Am E la parte sonora dell’installazione?
Davide Giannoni: Uno degli elementi più forti dell’installazione è la dimensione sonora. Abbiamo lavorato su musiche originali da me composte, che intrecciano suoni provenienti dallo spazio e dalle profondità della Terra, messi a disposizione dalle agenzie scientifiche citate. Ci sono i suoni antropomorfi catturati dalla Stazione Spaziale Italiana, il rombo dei razzi, le onde gravitazionali di Virgo, e i suoni delle viscere della Terra registrati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Questi materiali diventano parte integrante della partitura musicale: durante la narrazione emergono come presenze vive – il magnetismo terrestre, lo scontro delle pietre – trasformati in voce di un “gigante naturale” che progressivamente evolve in un robot. Il rumore del suo corpo è costruito proprio con le frequenze del magnetismo terrestre. Per noi era importante dichiararlo apertamente: per questo sullo schermo appare la scritta “State sentendo il magnetismo terrestre”, così che lo spettatore viva un’esperienza reale, quasi fisica, di percezione sonora.
AM.Il pubblico come reagisce?
D.G.: Abbiamo avuto riscontri molto positivi: a fine spettacolo parliamo col pubblico, chiediamo al pubblico cosa gli è arrivato. A San Francisco, dopo lo spettacolo, abbiamo fatto un’ora di incontro con un pubblico misto, sia preparato che generico. C’erano anche giovani ricercatori nel campo del tech, della zona della California. Sono venute fuori molte suggestioni, e quello che ci è tornato indietro, pur senza spiegare materialmente in scena le cose, è stato perfetto. Ci sono disegni surreali e onirici come base del racconto e poi il suono, ma il messaggio è venuto fuori. Una signora ci ha detto: “Ho seguito lo spettacolo come una festa colorata, ma alla fine ho avuto una grande inquietudine”. Vogliamo parlare del climate change non dal punto di vista degli scienziati ma usiamo i loro dati.
A.M. Lo considerate un progetto di artivismo? Alcuni artisti si sono impegnati nei contenuti ma anche
nella vita quotidiana: non usano aerei per spostarsi e trovano altri accorgimenti non inquinanti, come
Joanie Lemercier e Katie Mitchell (che usa fare le prove con gli attori a distanza).

F.P. È un tema davvero interessante: ci piacerebbe molto allinearci a queste pratiche ma per noi
risulta a volte davvero molto difficile. Anche perché l’incontro in prima persona fa proprio parte dell’idea e del progetto artistico. Il concetto di scambio culturale è per noi fondamentale, ed è uno scambio che vogliamo fare prima di tutto attraverso l’incontro diretto, la stretta di mano, il fare musica insieme. Il viaggio, per noi, è parte integrante dell’opera artistica. Se qualcuno ci considerasse parte del gruppo degli artivisti ne saremmo felici, ma non ci vogliamo definire tali per non mancare di rispetto a chi fa scelte veramente radicali. Tra gli artisti pop con una certa sensibilità al tema, vorrei citare Elisa, che ha organizzato i concerti di San Siro con un’attenzione speciale alla sostenibilità, con un lavoro di ricerca sulle emissioni del palcoscenico mai fatto prima in Italia. Crediamo che tutto dipenda non solo dalla sensibilità degli artisti, ma anche dalla disponibilità di chi produce e sostiene i progetti, rendendo possibili queste scelte.
AM.Voi avete sposato la causa ecologica…
D.G.: Abbiamo lavorato per due anni con scienziati delle varie istituzioni per avere una solida
preparazione scientifica, per essere credibili nella narrazione che poi abbiamo costruito. Certamente noi
arriviamo fino a un certo punto, ma vogliamo dare un racconto credibile sul piano scientifico.
AM.Come è strutturato lo spettacolo?
F.P. C’è una introduzione che è una sorta di narrazione realistica di quello che sulla Terra abbiamo
perso e di quello che sta succedendo di catastrofico: ci sono fabbriche che emettono veleni, plastica
nell’acqua. Una visione abbastanza negativa. Poi ci sono sette capitoli sonori e visivi che raccontano quelli
che gli scienziati hanno definito i limiti del Pianeta (i limiti sono in realtà 9 ma li abbiamo riassunti un 7
capitoli), dalla perdita delle biodiversità al tempo della natura e al tempo dell’uomo che non sono allineati. Si parla di fertilizzanti chimici non più sostenibili che entrano nel ciclo della vita; c’è l’introduzione di questo gigante della Natura che respira, e a forza di fare un uso smisurato delle materie prime viene minata la sua salute: attraverso l’uso dei pesticidi questo gigante diventa qualcosa di altro, si trasforma in una sorta di robot-mostro. La natura si piega a misura d’uomo, allora chi comanda, natura o uomo? E chi sopravviverà? Un altro limite è la disponibilità di acqua potabile. Si approfondisce il tema dell’acidificazione degli oceani. L’acqua come oro, il blu gold. Infine c’è la fuga degli esseri umani, perché non c’è più posto: noi poniamo la domanda: gli animali e le piante sopravviveranno e cosa accadrà all’Uomo in una eventuale rinascita del Pianeta?


AM. E’ un racconto per tutti?
F.P. Si, è un racconto per tutti, adulti e bambini. Possiamo vederlo come un mondo coloratissimo,
ma dentro porta una inquietudine pazzesca. Ognuno legge la sua versione.

A.M. Musica e scenografia, disegni su carta e animazioni: avete pensato di associare a questo una narrazione con uno scienziato vero? Penso al lavoro di Telmo Piovani con Marco Paolini
F.P.: Sarebbe interessante affiancare anche un testimonial importante, ma questi progetti richiedono
produzioni strutturate e un impegno notevole. Dietro c’è una costruzione complessa, che comprende
scrittura, allestimento visivo e sonoro, ed è uno spettacolo che può vivere tanto in teatro quanto in forma
installativa all’interno di musei o spazi industriali. Finora abbiamo scelto di autoprodurlo, proprio per
mantenere la massima libertà creativa.


.AM Che date avete fatto in Italia?
F. P. Abbiamo portato lo spettacolo al Teatro Sociale di Como e in una cornice unica, all’interno di Virgo, dentro l’European Gravitational Observatory di Cascina, davanti a un pubblico di scienziati. Ora siamo diretti ad Agropoli per CilentArt. All’estero abbiamo avuto l’occasione di esibirci a San Francisco e Washington, e abbiamo debuttato in Spagna a BRAVA ARTS, a La Bisbal d’Empordà: un luogo speciale, un centro culturale che ospita anche La Fura dels Baus e dove Carlus Padrissa prepara i suoi spettacoli.
Am. La parte tecnologica chi la gestisce live?
F.P. Dal palco è Davide a gestire tutto in tempo reale: suona con strumenti musicali e pad elettronici, compone dal vivo stratificando archi e suoni sintetici, e contemporaneamente controlla i flussi visivi attraverso mixer e software di regia video. La sua formazione classica gli consente di trattare la performance come una vera partitura: non c’è mai un elemento casuale, ogni immagine si intreccia con la musica seguendo ritmo, dinamica e colore sonoro.
La narrazione si sviluppa così come una sinfonia multimediale: il suono genera l’immagine e l’immagine
amplifica il suono. Non si tratta di proiezioni che accompagnano la musica, ma di un linguaggio unico dove video e audio nascono insieme e prendono forma davanti al pubblico, rendendo l’esperienza immersiva e irripetibile.


AM Con quali registi avete collaborato?
F.P. Nell’opera lirica collaboriamo con diversi registi, portando ogni volta il nostro linguaggio visivo a servizio della regia. Quest’anno abbiamo firmato i visual di Romeo e Giulietta al Teatro San Carlo di Napoli, dopo il debutto all’Opera di Bilbao, con la regia di Giorgia Guerra. A breve ci aspetta anche una nuova produzione di Carmen di Georges Bizet, con la regia di Stefano Vizioli. Nell’opera lirica continuiamo a sperimentare e a consolidare il nostro linguaggio visivo.
AM In Italia Gio Forma e D Wok stanno facendo le scenografie più imponenti sul piano tecnologico
mentre all’estero c’è Es Devlin…
F.P. Sposo al 100% il modo di lavorare della Devlin, è la più contemporanea, fa un bellissimo
compromesso tra uso della tecnologia con eleganza pazzesca e messaggio. La mentalità deve essere quella, un uso creativo della tecnologia. In Italia non è scontato. La Devlin ha una visione che va oltre,
neanche ti fa vedere la tecnologia, la tecnologia è uno strumento e lei è una delle più grandi della storia del design teatrale e ha capito come renderla leggibile per tutti. C’è una sensibilità, uno stile che sono molto personali. In Italia ci piace tantissimo il tocco femminile di Cristiana Picco di Gio Forma, nel suo lavoro prettamente piùscenografico materico.
AM. In queste settimane è scomparso Bob Wilson, un gigante della regia ma anche uno scenografo della luce. Era un vostro riferimento?
F.P: La morte di Bob Wilson l’ho vissuta male, è stato un rivoluzionario della visione, avrebbe ancora
potuto fare tantissimo, era un narratore onirico incredibile, ora ci mancherà, e ci mancherà questo suo
speciale modo di raccontare con le luci. Certamente mi ha influenzato, i suoi lavori sono da un lato
semplicissimi, minimali, ma precisissimi e potentissimi. Sembriamo molto lontani perché le mie scene sono a volte più barocche, ma la sua potenza del colore mi ha sempre colpito. Ho questa immagine della
scenografia per Shakespeare sonnetts con questi guanti da pugile rossi… I grandissimi capiscono che devi chiamare Bob Wilson o Es Devlin… Mi piacerebbe vedere anche in Italia questa cura artistica nei visual. Damiano Michieletto, per esempio, ha collaborato con Mika per una sua trasmissione Tv, e il risultato è stato bellissimo. (il riferimento è a L’elisir d’amore di Donizetti, ndr) . Il pop deve esaltare i nostri valori culturali e artistici. Soprattutto in Italia!
AM. Quale concerto ritieni sia stato ben realizzato sul piano del design?
F.P. Marco Mengoni ha fatto un tour incredibile, lui la pensa a livello internazionale, fa show straordinari. Abbiamo visto un concerto fatto solo di luce del jazzista Jacob Collier, le luci funzionavano tantissimo e
riflettevano la sua personalità. Mi è piaciuta molto la vita che è stata data alle luci, senza usare milioni di
immagini. Per quanto riguarda l’opera, a me piace il nuovo, non escludo mai la visione di un allestimento
contemporaneo. Personalmente vorrei sperimentare il green screen in scena e non vedo un limite, un
conflitto; teatro e cinema possono mescolarsi l’importante è non fare un lavoro fine a se stesso ma avere
sempre un occhio al futuro e alla partitura del compositore.

AM.Come sarà impostato il vostro lavoro per la Carmen diretta da Vizioli?
D. G. Per la Carmen che debutterà a Brescia utilizziamo anche gli errori generati dall’Intelligenza
Artificiale. Non si percepisce subito: i volti sono fotorealistici, ma proprio per questo gli imprevisti diventano interessanti, come ballerine che appaiono con più mani…. Su questo gioco visivo si costruisce parte della narrazione.
L’AI è una tecnologia che va studiata e che, secondo me, deve entrare sempre di più anche a teatro.
L’importante è che rimanga al servizio del nostro linguaggio: noi la usiamo attraverso programmi come Sora (per i video), ma è fondamentale creare i prompt giusti, così che la macchina esegua esattamente la visione artistica.
AM. Parli di AI, quale sarà il suo ruolo? Il regista ha apprezzato l’inserimento di questo strumento?
D. G. Il regista è consapevole di questa scelta. L’alternativa sarebbe stata realizzare un set fotografico
vero e proprio, con attori e attrici, ma sarebbe stato molto più lungo e costoso. Con l’AI invece puoi simulare set, definire l’inquadratura, aggiungere luci quando mancano. Parallelamente lavoro con Blender, Unreal e Cinema 4D: per noi l’AI non è un sostituto, ma un aiuto che sarà sempre più integrato.
L’effetto wow è solo la tecnologia?
Davide: Un artista come Sergio Pappalettera, uno dei nostri preferiti, nell’ultimo tour di Jovanotti ha
dimostrato quanto sia potente un utilizzo pensato e strutturato della multimedialità nel live. È un approccio che stimo molto: pacchetti visivi solidi, costruiti per funzionare in tempo reale, con una coerenza estetica fortissima.
Nel nostro lavoro cerchiamo qualcosa di complementare: un effetto Wow che nasce dall’incontro tra
tecnologia e presenza dal vivo. Strumenti come TouchDesigner, uniti a videocamera e AI, ci permettono di
creare un ibrido in cui la dimensione performativa non si perde, ma anzi si amplifica. Con Resolume, ad
esempio, prepariamo molto in anticipo, ma puntiamo sempre a mantenere una componente live autentica: mixer MIDI, interazione con l’audio, e anche l’imprevisto, che a volte è il cuore del vero “live”.

Related Post