Il “caos ordinato” del Festival “Orizzonti Verticali”. Suoni, corpi, immagini e visioni secondo Tuccio Guicciardini e Patrizia De Bari.
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Annamaria monteverdi/ Settembre 14, 2022/ NEWS

In un’estate teatrale fatta di convenzionalità un po’ opaca, il Festival Orizzonti Verticali-Arti sceniche in cantiere di San Gimignano nella sua decima edizione, si è aperto invece, a una grande varietà di proposte artistiche articolate in un’intrigante mappa di suoni, danze, visioni e parole. La direzione artistica di Tuccio Guicciardini e Patrizia De Bari (Compagnia Giardino Chiuso) ha improntato l’edizione 2022 sul tema degli Horti conclusi. Visioni prospettiche, ospitando le tante, multiforme apparenze del teatro e della danza, navigando anche tra i confini del video, delle installazioni e della realtà virtuale: il cortocircuito con i luoghi diventa la chiave di volta di quest’edizione di un Festival già riconosciuto dal Ministero.

Tuccio Guicciardini, presidente di Fondazione Fabbrica Europa di Firenze, drammaturgo e regista, e Patrizia De Bari danzatrice, hanno invitato il numeroso pubblico, all’ascolto dei luoghi di San Gimignano che nascondono oltre al magnifico paesaggio collinare della Val d’Elsa, ai giardini dei monasteri, alla rocca, ai cortili dei palazzi, ai torrioni, alcune preziosità d’arte contemporanea come la suggestiva installazione sotterranea di Anish Kapoor dal titolo Underground.

Dal 2016 Orizzonti Verticali si arricchisce della collaborazione con Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee (FI). Tra le ultime produzioni della compagnia: Inverno (2017) con la musica originale della violoncellista Julia Kent, Macchine tratto da un romanzo di Sebastiano Vassalli, Pinocchio (2019, Maggio Musicale Fiorentino), Bianchisentieri (in tournée dal 2013).

Bianchisentieri

I protagonisti teatrali delle tre giornate del Festival hanno dato vita a uno scenario eccentrico tra le arti, dalla danza, alla musica alla poesia, alla narrazione, alle arti visive in un formato “site specific”. Con Michele Santeramo, Instabili Vaganti, Atacama, Ivona, Teatro dell’Argine, Marco Baliani, la compagnia di Tiziana Arnaboldi e lo stesso Giardino Chiuso, il Festival ha messo in circolo le arti in luoghi inaspettati, inattesi, da scoprire, da ammirare. E’ stata un’occasione magnifica di incontri di universi quasi paralleli e una genuina operazione di rilancio e ricostruzione dello spazio pubblico, che ha promosso luoghi di socialità e intrecciato sapienza teatrale e coreutica con visioni tecnologiche di ultima generazione.

La danza della realtà (ATACAMA-)
Il labirinto (Teatro dell’Argine)

E così il visionario Ballard che aveva ben colto la relazione tra psiche e paesaggio, prende forma anzi una “mutaforma” nello spettacolo Lo spazzasuoni a firma di Giardino Chiuso con la collaborazione di Carla Tatò, che allarga la possibilità di un’esperienza teatrale in luoghi abbandonati o zone di collasso come il rifugio antiaereo scelto come spazio di rivelazione. La ri-animazione del testo letterario si nutre di sonorità spezzate, di frammenti di corpi-immagine e il teatro va in esplorazione dei potenti e distopici paesaggi ballardiani. Si tratta di un primo studio arricchito di un sapiente design di luci e sonorità spazializzate che vede protagonista Patrizia De Bari.

Ma il Festival è anche il teatro di narrazione di Marco Baliani. Un atteso ritorno particolarmente gradito dal pubblico presente alla Rocca di Montestaffoli: lo spettacolo si intitolava Opposti flussi. Partendo dalla lettura di una prima parte di un suo racconto pubblicato (La metà di Sophia) dove si parla di uno scultore polacco che ha creato un’enorme statua della Loren, di cui si è conservata solo la parte inferiore perché la metà superiore è oggetto di culto da parte di un gruppo di albanesi devoti a Santa Sofia, Baliani spiega al pubblico la differenza tra lettura e oralità, tra scrittura e parlato. E così la storia, la memoria, si intreccia a episodi autobiografici, e il tutto si manifesta e si materializza attraverso la voce dell’attore nello studiato gioco dell’azione parlata. Accade così da sempre.  La leggenda africana del perché gli uomini si uccidono tra loro si incide nelle parole “incorporate”, “fisiche” di Baliani che a loro volta evocano l’immagine potente dell’aquila uccisa mentre stava salvando un bambino. Tutto questo era raccontato un tempo dai griot, preziosi custodi della cultura africana e oggi dal narratore che utilizza quelle stesse tecniche. Baliani, come spiega lui stesso, è stato allievo del griot per eccellenza, l’attore di Peter Brook Sotigui Kouyaté. L’ingresso nella storia si allontana man mano che la vita entra in un’aura mitica: il tempo nell’oralità non ha più un passato. Siamo nel qui e ora.

Abbiamo intervistato i direttori artistici a cui abbiamo chiesto le motivazioni del Festival e di parlarci della nuova produzione ancora in”progress” Lo Spazzasuoni.

Tuccio Guicciardini e Patrizia De Bari: Orizzonti Verticali nasce da una protezione della memoria, da una volontà di rimettere in circolo la memoria. “Caos ordinato”: noi lo definiamo così perché vogliamo mescolare generi e generazioni, linguaggi e formati, creare un “fuori formato”.  Il festival è uno specchio di varie attività. Di risvegli, di dialogo. Abbiamo chiamato compagnie con cui ci rispecchiamo, anche giovani artisti. Cercavamo lavori con una matrice forte, una drammaturgia chiara anche nella danza, con riferimento alla ricerca e all’estetica che è quello che inseguiamo anche noi come compagnia.

Abbiamo utilizzato un rifugio antiaereo per questo lavoro sulla perdita della memoria. Ne Lo spazzasuoni il suono rimane letteralmente attaccato alla parete. La luce, la tecnologia è parte anche della scenografia, ci stiamo immaginando sviluppi successivi con una possibilità di tridimensionalità del suono, con una sua spazializzazione. In questo clima un po’ underground raccontiamo una storia che abbiamo sintetizzato per renderla un’esperienza visiva e sonora completamente immersiva.

Siamo in un mondo in cui la musica, la voce recitata, per come le conosciamo adesso, non esistono più: si ascolta ora, in maniera inconscia, attraverso una tecnica ultrasonica, e il suono rimane intriso nelle stanze dove viene ascoltato; motivo per cui viene istituita una figura di “pulitore”, lo spazzasuoni. Un’attrice, Madame Gioconda, devastata dalla fine della sua carriera e dalle droghe, tenterà una sfiancante e effimera difesa dei suoni, della musica, del pensiero e della scrittura espressa vocalmente, dell’arte “sporcata” dall’esuberanza dei vizi acustici quotidiani e inaspettati ma quindi viva e irripetibile. La nostra Madame Gioconda si nasconde in un rifugio sotterraneo dove i suoni le sembrano protetti, e incessantemente tenterà di replicarli all’infinito; sono suoni pieni di sporcature che si depositano nelle intersezioni del muro, in ogni crepa, in ogni angolo. L’arrivo dello spazzasuoni metterà tutto il suo sforzo in pericolo, tutto rischia di essere ripulito, sterilizzato.

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