Intervista a Gabriele Menconi, autore dell’installazione-omaggio a Giacomo Verde per la mostra Liberare Arte da Artisti
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Annamaria monteverdi/ Settembre 15, 2022/ NEWS

Gabriele Menconi è uno degli artisti che ha portato un omaggio in forma di installazione, alla mostra dedicata a Giacomo Verde, Liberare Arte da ARtisti al CAMeC della Spezia; è stato anche il designer scelto per creare il layout, il visual e la grafica coordinata della mostra. Il suo intervento creativo, di grande effetto, ha permesso, un’efficace comunicazione visiva della mostra. Sua è la scelta dei caratteri per l’headline che anticipa il contenuto dell’esposizione con una specie di effetto sia pixel che di “falso 3D”, l’organizzazione cromatica intorno a tre colori che si ritrovano anche nell’immagine scelta per la locandina, e infine l’impaginazione dei fogli di sala. Per questi ultimi ha liberamente interpretato una suggestione del gruppo curatoriale, immergendo il lettore nell’atmosfera delle punk zine, delle pubblicazioni autoprodotte underground anni Ottanta, che è poi la data di partenza del percorso della mostra. Il foglio-fanzine va a definire il territorio e la scena indipendente in cui aveva operato l’artista.

1. Puoi raccontarci la tua biografia artistica a partire dall’Accademia di Belle Arti dove hai conosciuto Giacomo Verde, e le tue prime installazioni?
Gabriele Menconi: Partirei con la mia bio dal 2011, anno in cui ho lasciato un noioso lavoro dipendente per intraprendere gli studi all’Accademia di Belle Arti di Carrara: triennio in grafica e biennio specialistico in Arti Multimediali con tesi finale sulle installazioni sonore (2016). Ho sviluppato i primi progetti artistici con il prof. Robert Pettena, e uno di questi è stato esposto a Curitiba, in Brasile, nella collettiva fotografica Italia Mon Amour, curata dalla docente Gaia Bindi (2014). Al biennio specialistico ho approfondito gli interessi per le installazioni sonore, per la fragilità del digitale e per le problematiche legate all’internet dipendenza (IAD). Proprio su questo argomento si basa l’opera Keep Calm, un’installazione con smartphone e calchi in gesso realizzata per il corso di videoinstallazione con Giacomo Verde, attualmente esposta al CAMeC in occasione della mostra Liberare Arte da Artisti. Giacomo Verde Artivista, tra gli omaggi all’artista. Ho trascorso l’ultimo anno accademico in Erasmus a Valencia preparando l’installazione sonora oggetto della tesi. Lavoro inoltre come graphic designer freelance, principalmente su progetti artistici e musicali, e faccio parte del collettivo artistico BAU di Viareggio, dove curo il lato visual e con cui ho partecipato a mostre collettive (non ultima la retrospettiva sui 16 anni di BAU, esposta al CAMeC nel febbraio 2020) e tenuto performance sonore in spazi artistici e gallerie, tra i quali La Triennale di Milano e il MACRO di Roma.

2. Dall’Accademia all’attività lavorativa, le Accademie formano per il mercato del lavoro?
Gabriele Menconi: Devo ammettere che quando ho frequentato l’Accademia non c’erano corsi mirati a formare per il mercato del lavoro e anzi, alcuni corsi laboratoriali tendevano a ripetersi negli anni successivi, aumentando magari il grado di difficoltà di un elaborato ma senza mai interfacciarsi con una produzione concreta e reale dove spesso ti scontri con problematiche tecniche, committenti testardi e budget risicati. A Valencia invece l’università offriva corsi che preparano, per esempio, ad organizzare una mostra partendo da zero e ricoprire tutte le fasi (curatoriale, artistica, addetto stampa e diffusione, allestimento e catalogo finale) o come impostare un portfolio artistico. Mi auguro che le cose siano cambiate anche da noi, perché ritengo importante far capire a uno studente che può effettivamente fare l’artista o il creativo e dirlo tranquillamente senza sentirsi domandare “Ok, ma di lavoro vero che fai?” 

3. Tra i tuoi ambiti preferiti c’è l’antidesign, cosa significa esattamente e come lo sviluppi?
Gabriele Menconi: Potremmo dire che l’antidesign rappresenti il superamento di quel minimalismo che nell’ultima decade ha caratterizzato la grafica, soprattutto in ambito web, portando buona parte dei siti e delle interfacce a somigliarsi e confondersi l’uno con l’altro, figli di una progettazione rigorosa e formale molto attenta alle regole della UE (User Experience) ma che ha stancato rendendo tutto piuttosto anonimo e piatto. Ispirandosi ad alcuni principi del Brutalismo in architettura, movimento di rottura con il modernismo e il minimalismo dell’immediato dopoguerra, l’antidesign rifiuta l’estetico e il bello, fa uso spesso di immagini in bassa qualità, quasi a voler sottolineare la noia per quelle foto perfette e patinate, guarda alle grafiche anni 90, rompe le regole base della composizione grafica, ad esempio non rispettando le gerarchie fra diversi elementi, usa molto testo con caratteri spesso molto grandi. Probabilmente anche il brutalismo prenderà campo e quasi tutti si uniformeranno, ma in quel momento alcuni avranno già fatto un passo oltre. 
A livello personale, in ambito grafico, mi interessa creare composizioni a prima vista stranianti, apparentemente sovraccariche di informazioni, spesso con blocchi di testo ruotati o altre soluzioni grafiche per far “interagire” il fruitore e, perché no, infastidirlo un poco. Uno dei primi banchi di prova è stato il mio sito personale (gabrielemenconi.com) in cui ho deciso di non usare più immagini e anteprime nella home, ma solo nella singola dell’opera. Tutto il resto è testo su uno sfondo simpaticamente giallo Simpson.

4. Quanto margine di libertà c’è tra la richiesta della committenza e la realizzazione finale nell’ambito della comunicazione? Cioè è possibile imporre un proprio punto di vista inusuale?
Gabriele Menconi: Non è facile ma nemmeno impossibile. Come anticipato sopra, il più delle volte ci si scontra con il cliente che ha un suo punto di vista e non lo abbandona, questo forse perché il lavoro del creativo è visto come alla portata di tutti, ognuno si sente in grado di farlo e l’unico limite, quando va bene, è quello tecnico: e così il grafico è quello che sa mettere sul computer l’idea di turno.Però non è tutto così drastico. Personalmente mi ritengo fortunato perché ho lavorato e collaborato, e tutt’ora lavoro e collaboro, con persone disposte a fidarsi e lasciare addirittura carta bianca in certe occasioni.È successo per progetti in ambito artistico e musicale, sia con associazioni e committenti privati che con istituzioni. Un esempio? La comunicazione grafica per le mostre al CAMeC, tra cui questa per Giacomo. 

5. Quali sono i tuoi modelli artistici e i tuoi artisti preferiti?
Gabriele Menconi: Argh, questo tipo di domanda mi mette sempre in difficoltà, non so mai da dove iniziare e mi dimentico sempre qualcuno… Non farò nomi per non dilungarmi, ma posso dire che tra i movimenti artistici che più hanno segnato il mio modo di pensare l’arte ci sono il Minimalismo e l’Arte Concettuale più radicale per la spersonalizzazione dell’artista e per aver messo l’idea al di sopra del risultato estetico, la Land Art per il rapporto con il contesto, la Net-Art e la Sound Art per il rapporto, spesso critico, con la tecnologia e per non coinvolgere solo il senso della vista. E tutti questi movimenti citati ritrovo opere “interattive” dove lo spettatore  è messo al centro dell’opera se non addirittura diventa l’opera stessa. 

6. La bella proposta visual per Liberare Arte da Artisti. Una grafica che sembra una scritta 3D che anticipa il contenuto dell’opera. Come è venuta in mente questo lettering e questa composizione?
Gabriele Menconi: Ho optato per una soluzione che potremmo definire scheumorfismo digitale, con un font che allude alle scritte a matrice per punti delle stampanti di prima generazione ma che ricorda anche i pixel dei primi monitor al fosforo verde. Le bande nere che fanno da sfondo al titolo sono un richiamo a quelle etichette adesive goffrate che si facevano home made, in pieno spirito DIY. Per il resto si torna un po’ al brutalismo di cui si parlava sopra: i fogli di sala hanno una impaginazione non convenzionale, con blocchi di testo disallineati e a volte ruotati, come a voler sottolineare la traiettoria artistica non facilmente inquadrabile di Giacomo Verde.

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