Per una drammaturgia multimediale del climate change. Al LAC di Lugano vanno in scena le metamorfosi video-sonore della Terra a firma di Gabriele Marangoni.
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Annamaria monteverdi/ Dicembre 24, 2021/ NEWS

Nella cornice del LAC , il più grande centro culturale della città di Lugano nel Canton Ticino ha debuttato METASTASIS uno spettacolo di teatro musicale con video proiezioni a firma del compositore Gabriele Marangoni in collaborazione con Tempo Reale di Firenze diretto da Francesco Giomi, che vede la partecipazione di Francesca Della Monica, Damiano Meacci e Luigi De Angelis. Il coordinamento tecnico è di Micol Riva.

Dopo una prima versione videoelettronica pensata per LINGUA MADRE, progetto vincitore del Premio Hystrio, lo spettacolo si espande a una versione finale teatrale ancora con la coproduzione del LAC.

Damiano Meacci e Gabriele Marangoni

Metastasis è uno straordinario e coinvolgente concerto multimedia dedicato alla Terra, agli stravolgimenti ecologici del climate change causati dall’uomo e dalla sua incapacità di intervenire sui processi di produzione e consumo; la performance vede come protagonista la musica di Gabriele Marangoni, compositore presente nei massimi Festival di musica sperimentale e tecnologica (da Reggio Emilia a Linz),  la potente voce di Francesca Della Monica, un sofisticato suono elettroacustico ideato e organizzato da Damiano Meacci e un elaborato progetto luci di Luigi De Angelis.

Performance come una “geografia” visionaria che non racconta i disastri ambientali ma incarna il grido stesso della Terra: è il ghiacciaio Muldrow dell’Alaska che si muove rapidamente, è l’urlo muto delle popolazioni sfollate colpite da disastri meteorologici, è l’incontrollabile forza dei cicloni e delle distruttive tempeste tropicali. Sono i capitoli finali di un’avvilente storia dell’uomo. Ma che suono ha quell’habitat naturale desertificato per il quale ogni intervento è ormai irrisolvibile? In scena un corpo luminoso, sonoro e vocale, dà vita a una drammaturgia sinestetica coinvolgente: Metastasis è uno scuotimento, un sovvertimento del ritmo vitale, ed è evidentemente, anche una metafora della condizione umana contemporanea.

La voce della Della Monica è un atto continuo di rigenerazione della parola e dei suoni che prende forma nello spazio teatrale, diventato luogo di un trepidante attraversamento di molteplici stati dell’essere. Sono scalate e discese nel baratro di velenosi miasmi di centrali industriali, di ciminiere, sono immersioni nei convulsi riflussi di acque che corrispondono a sonorità spinte all’estremo che feriscono chi ascolta. Qui, dall’ultima galleria del teatro, scende simbolicamente ai piedi delle profondità geologiche della crosta terrestre rappresentate nel video proiettato sul palcoscenico, una figura dalla voce indistinta che va oltre la soglia dell’umano; affiora dalle fenditure che spalancano il ventre della terra: è una divinità ctonia, un demone, una creatura ambigua, dalla natura inconsueta che si fa corvo, terra, pietra, luce.

Nello spettacolo c’è un presagio di una trasformazione e di una disseminazione del corpo umano sotto una nuova specie, incarnando perfettamente alcuni concetti proposti dalla studiosa femminista Donna Haraway: se c’è una via di uscita dal disastro è proprio quella di allontanarsi dalla struttura binaria delle categorie uomo/donna, naturale/artificiale, corpo/mente, coabitando in modo responsabile, creando kin, alleanze, connessioni, mutandosi in companion species (specie compagne ricorda  la Haraway in Staying With The Trouble – Making Kin in the Chthulucene). Vivere, in sostanza, è con-vivere tra le creature— umane e non — che diventano le une con le altre, che si compongono e decompongono, in ogni scala e in ogni groviglio, come dice la Haraway, “simpoietico”. La scena ospita il volto arido e incandescente della Terra ma anche questo nuovo groviglio di vita che appare all’orizzonte, come la nuova luce. La svolta è l’indeterminatezza, la leggerezza liberatoria della multiformità.

La combinazione video-immersiva di ambienti architettonici astratti e privi di figure umane, le precise macchie di colore, il fumo che rende indistinti confini e immagini, porta a una speciale percezione del paesaggio terrestre (le aree industriali e urbane videoritratte); questo, insieme con i forti bassi sonori usati (talvolta saturando lo spazio udibile) diventa un organismo poetico sotterraneo, di cui la performer innesca le vibrazioni. 

Tecnologia come seconda natura: luce e video, voce e suono sono assolutamente inscindibili in questo progetto che porta la firma visuale ben riconoscibile di Luigi De Angelis: quelle traiettorie di luci vanno a marcare con evidenza geometrica, il centro della Terra o i confini dell’udibile e dell’inudibile. È proprio la luce che permette al suono di manifestarsi con tutta la sua potenza e di prendere forma, come dice il sound designer Damiano Meacci che ha elaborato con Marangoni, le strutture elettroniche e ha adattato i materiali sonori elettronici e acustici allo spazio del teatro, usando sia la spazializzazione che altri strumenti di live electronics. Il risultato finale è una indimenticabile performance totale che permette di percepire, con tutti i sensi, l’invisibile.

Luigi De Angelis

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